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Sovrappopolazione - Il piano di avvelenare il S-E Asia

La soluzione di Burnet
Nota: Questo articolo è stato pubblicato originariamente nel 2002.

Da Brendan Nicholson
Corrispondente Poltico
Marzo 10 2002

Il microbiologo Sir Macfarlane Burnet, famoso in tutto mondo e premio Nobel venerato come il più grande scienziato per la ricerca medica in Australia, fu segretamente esortato dal governo a sviluppare armi biologiche per uso contro l’Indonesia e altri paesi “sovrappopolati” del Sud-Est asiatico.

La rivelazione è contenuta nei documenti top-secret declassificati dall’archivio Nationale d’Australia, nonostante la resistenza del Dipartimento degli affari esteri e del commercio.

Sir Macfarlane nel 1947 venne raccomandato in una relazione segreta che le armi biologiche e chimiche dovrebbero essere sviluppate per colpire le colture alimentari e attraverso la diffusione di malattie infettive.

Il suo ruolo chiave di consulenza sulla guerra biologica è stato scoperto negli Archivi Nazionali nel 1998 dallo storico Philip Dorling di Canberra.

Il dipartimento ha inizialmente bloccato il rilascio del materiale sulla base del rischio di ledere le relazioni internazionali Australiane. Con il ricorso del Dr. Dorling il materiale gli è stato finalmente rilasciato alla fine dello scorso anno.

I documenti includono una nota che Sir Macfarlane ha scritto per il Dipartimento della difesa nel 1947, nella quale disse che l’Australia dovrebbe sviluppare armi biologiche che agiscano nel clima tropicale in Asia senza spargersi nei centri abitati più temperati in Australia.

“In particolare nella situazione australiana, la contro-offensiva più efficace alla minaccia di invasione dai sovrappopolati paesi asiatici, sarebbe stata diretta verso la distruzione per mezzo biologico o chimico delle colture alimentari tropicali e la diffusione di malattie infettive in grado di diffondersi in condizioni climatiche tropicali, ma non sotto le australiane, “ha detto Sir Macfarlane.

L’immunologo nato in Vittoria, capo della ‘Walter e Eliza Hall - Instituto di Ricerca Medica’, che ha vinto il Premio Nobel per la medicina nel 1960. Morì nel 1985, ma le sue teorie in materia di immunità e “selezione clonale” fornirono la base per la moderna biotecnologia e ingegneria genetica.

Il 24 dicembre 1946, il segretario del Dipartimento della Difesa, F.G. Shedden, ha scritto a Macfarlane Burnet dicendo che l’Australia non poteva ignorare il fatto che molti paesi stavano svolgendo una intensa ricerca sulla guerra biologica e invitandolo a una riunione di alti ufficiali militari per discutere la questione.

Il verbale di una riunione, nel gennaio del 1947, rivela che Sir Macfarlane ha sostenuto che il clima temperato dell’Australia potrebbe dare un significativo vantaggio militare.

“Il principale contributo di ricerca locale per quanto riguarda l’Australia potrebbe essere quello di studiare intensamente le possibilità di guerra biologica nelle zone tropicali contro le truppe e le popolazioni civili ad un livello relativamente basso di igiene e con corrispondente alta resistenza per le comuni malattie infettive,” ha detto in riunione.

Nel mese di settembre 1947, Sir Macfarlane è stato invitato ad aderire ad un sottocomitato chimico e biologico della commissione per lo sviluppo di nuove armi da guerra.

Egli ha preparato una relazione segreta dal titolo “Nota sulla guerra da un punto di vista biologico” che lascia supporre che l’arma biologica potrebbe essere molto potente per contribuire a difendere un Australia scarsamente popolata.

Sir Macfarlane ha inoltre invitato il governo a incoraggiare le università a ricercare tali rami di scienze biologiche, che hanno una particolare incidenza sulla guerra biologica.

Un approccio clinicamente scientifico si manifesta in una nota che ha scritto nel mese di giugno del 1948.

Egli ha detto: “Un attacco con un agente microbiologico su una popolazione di grandi dimensioni, avrebbe un impatto talmente devastante che il suo uso sarebbe estremamente improbabile finchè entrambe le parti sono in grado di una ritorsione.”

“Il principale utilizzo strategico di guerra biologica può anche essere quello di amministrare il colpo di grazia ad un nemico praticamente sconfitto e costringerlo alla resa, nello stesso modo in cui la bomba atomica è servita nel 1945.”

“Il suo utilizzo ha l’enorme vantaggio di non distruggere il potenziale industriale del nemico che può essere poi ripreso intatto.”

“Palesi guerre biologiche possono essere utilizzate per ottenere una resa psicologica, piuttosto che distruttive misure dirette.”

Il verbale di una riunione a Melbourne nella Caserma di Vittoria nel 1948 ha rilevato che Sir Macfarlane ” è stato del parere che, se l’Australia si impegna a lavorare in questo campo dovrebbe essere sul lato tropicale-offensivo, piuttosto che difensivo. C’era molto poco di conosciuto su attacchi biologici a colture tropicali. ”

Dopo aver visitato il Regno Unito nel 1950 e esaminato gli sforzi britannici delle ricerche chimiche e biologiche di guerra, Sir Macfarlane ha detto alla commissione che l’apertura di epidemie tra le popolazioni nemiche era stata eliminata come mezzo di guerra, perché è in grado di rimbalzare sul mittente.

“L’introduzione di un agente patogeno intestinale esotico in un paese dalle strutture igienico-sanitarie basse, ad esempio di contaminazione delle acque, potrebbe avviare un’ampia diffusione”, ha detto.

“L’introduzione della febbre gialla in un paese con una zanzara opportuna come vettore, potrebbe causare in una prima epidemia di disattivare le misure di controllo che sono state stabilite”.

Il sottocomitato ha raccomandato che “le possibilità di un attacco alle forniture alimentari del S-E Asia e in Indonesia, utilizzando agenti Biochimici, dovrebbe essere considerato da un piccolo gruppo di studio”.

Ha raccomandato nel 1951 che “un pannello di segnalazione per il sottocomitato di armi chimiche e biologiche da guerra, dovrebbe essere autorizzato a riferire sulla potenzialità offensiva di agenti biologici suscettibili ad essere efficaci contro le forniture alimentari locali del Sud-est asiatico e in Indonesia”.

Il Dr. Dorling ha detto che, mentre Sir Macfarlane è stato un grande australiano, egli è stato anche un prodotto del tempo in cui molti australiani detenevano profondi timori verso i più popolosi paesi asiatici.

Egli ha detto che il governo Menzies era più interessato a cercare di ottenere armi nucleari. “Fortunatamente anche queste si sono dimostrate impraticabili e così l’Australia non ha mai ottenuto armi di distruzione di massa”.

Il segretario della Federazione Australiana della Società Scientifica e Tecnologica, Peter French, ha detto di non aver ancora visto i documenti ma che l’intera nozione di guerra biologica è stata un qualcosa di cui gli scienziati australiani non starebbero a loro agio oggi. “Visto attraverso gli occhi di oggi, si tratta chiaramente di una proposta aberrante”, ha detto il dottor French.

Fonte: www.globalresearch.ca

Traduzione Calmart Giornale

1 comment June 19th, 2008

OGM? CHE FLOP

A dieci anni dal loro arrivo, i cibi modificati non sfondano: poche colture, per lo più per uso animale.

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campo ogm 

C’era chi temeva l’invasione delle fragole-sogliole, e chi sognava il riso supernutriente. Chi inorridiva per il pomodoro con geni di scorpione, e chi si immaginava il grano che cresce nel deserto, magari innaffiato con acqua di mare. Si sbagliavano. Perché a dieci anni dall’arrivo sul mercato degli organismi geneticamente modificati, della rivoluzione annunciata non c’è traccia. Gli ogm in commercio sono pochi e in gran parte non nutrono gli esseri umani.

Lo sostiene il più approfondito rapporto indipendente mai prodotto finora redatto da Friends of the Earth (Foe) che per la prima volta ha analizzato lo sviluppo mondiale degli ogm dal 1996 a oggi. Cento pagine e una bibliografia di quasi mezzo migliaio di articoli, da cui emerge un quadro decisamente negativo.

campi di ogm coprono meno di cento di milioni di ettari, circa il 2 per cento delle superfici agricole disponibili. E quasi il 90 per cento dei campi si trova in soli quattro paesi: Argentina, Brasile, Canada e Usa, che coprono da soli il 53 per cento della produzione. Le specie coltivate, peraltro, sono solo quattro: cotone, soia, mais e colza. Che per lo più finiscono negli allevamenti animali o nell’industria. E che sono state modificate solo per resistere a uno specifico erbicida (soprattutto il glifosato Roundup della Monsanto), o per difendersi da alcuni insetti con la tossina di un batterio (il Bacillus turingensis, da cui la sigla ‘bt’ che caratterizza questi prodotti). Nessun ogm in commercio ha geni per migliorare le qualità nutritive, per crescere più velocemente o per resistere alla siccità, al gelo e alla salinità.

Si tratta di dati che, dunque, raccontano una storia ben più deludente di quella prospettata anni fa. Quando le possibilità di modificare una pianta sembravano infinte, e il pubblico dibatteva sui rischi e le opportunità della ‘fragliola’ e degli altri cosiddetti cibi-Frankenstein.

Dove sono finiti? In alcuni casi, gli ogm hanno fallito per l’ostilità dei mercati internazionali. La papaia, per esempio, era stata modificata per resistere a un parassita. Quando ne fu avviata la coltivazione alle Hawaii, il Giappone e l’Europa bloccarono le importazioni, mandando in rovina i contadini hawaiani. Ma la diffidenza dei consumatori spiega solo una parte dei fallimenti. Usa e altri paesi, infatti, sono apertissimi agli ogm, e non hanno leggi sull’etichettatura che permettano ai consumatori di scegliere.

Il problema, in realtà, è stato spesso di natura tecnica. Lo spiega in dettaglio la recente indagine condotta dalla organizzazione di scienziati Institute of science in society (Iss). A volte, i geni estranei causavano effetti collaterali più o meno gravi. È il caso del primo ogm messo in commercio, il pomodoro che non marciva mai. Gli statunitensi non lo hanno comprato perché totalmente privo di sapore. Ed è il caso del riso arricchito con geni di fagiolo: ne aumentavano il contenuto di ferro, ma purtroppo anche quello di arsenico. Altre volte, la modificazione si è dimostrata inutile.

Nel 2004, ad esempio, negli Usa fu approvato un mais transgenico ad alto contenuto di lisina, aminoacido essenziale e carente nella dieta di molti paesi poveri. Ma le analisi della Fao dimostrarono che la lisina in pillole è assai più conveniente di quella prodotta con gli ogm. E in ogni caso, i metodi tradizionali di incrocio hanno già creato varietà di mais ricche di lisina, che chiunque può coltivare senza pagare brevetti. In molti altri casi, il gene trasferito non ha fatto un bel niente. Il famoso pomodoro con geni di pesce artico per resistere al gelo, ad esempio, non ha mai funzionato. Così come la cassava sperimentata in Nigeria e la patata dolce testata in Kenya. Entrambe dovevano resistere a malattie e aumentare la resa, ma avevano prestazioni anche peggiori delle altre. Ed è davvero lunga, la lista dei tentativi falliti di dare alle piante più vitamine, proteine, capacità di assorbimento dell’azoto, e così via.

I geni, insomma, hanno dimostrato di non essere come i mattoncini del Lego: spostarli da un organismo all’altro produce effetti che è difficile prevedere e controllare. Il che genera incertezze legate non solo alla sicurezza, ma anche ai ritorni economici. Nuove tecnologie non transgeniche sembrano dare garanzie maggiori. Con la ’selezione assistita da marcatori’, per esempio, è possibile individuare, in una specie, le piante portatrici di geni per caratteristiche desiderabili, e poi incrociarle fra loro in modo naturale. In altre parole, è possibile accelerare e potenziare quanto gli allevatori hanno fatto per millenni. Con questa tecnica la Monsanto ha creato una nuova soia a basso contenuto di acido linoleico, con sapore e qualità migliori e priva di effetti collaterali.

“Le vie metaboliche per la sintesi di vitamine nelle piante alimentari sono ormai ben conosciute”, spiegano gli scienziati dell’Iss: “Queste conoscenze possono essere impiegate nella selezione assistita, per aumentare la produzione di vitamine in modo assai più conveniente che con la modificazione genetica”. Fermo restando che una dieta ben bilanciata rende superfluo qualsiasi ogm.

Secondo Friends of the earth, gli inventori di cibo biotech sono a corto di idee, e stanno spostando il loro interesse verso produzioni di altro tipo. In realtà, l’indagine dell’Iss menziona diversi fanta-alimenti in via di sperimentazione (vedi box qui sotto). Ma ovviamente si dovrà vedere se arriveranno mai sul mercato. Per ora, la maggior parte degli ogm venduti e di quelli in attesa di approvazione non è destinato a sfamare gli esseri umani. L’83 per cento del mais e il 98 per cento della soia diventano cibo per animali, la colza ha un impiego principalmente industriale, e con il cotone si fanno vestiti.

Vantaggi per i consumatori, dunque, non se ne vedono. eppure ancora si sostiene che questi ogm solleveranno il mondo dalla fame. In che modo? La nuova tesi è che aiuteranno i contadini ad arricchirsi. Ma non grazie alla resa. Studi di Fao, Usda e altri dimostrano che la produttività dei campi di ogm è pari o inferiore a quella dei campi tradizionali, nella maggior parte dei paesi e delle annate. Il vantaggio arriverebbe semmai dalla più economica gestione delle coltivazioni. Le piante che resistono gli erbicidi possono essere irrorate più intensamente e un numero minore di volte, riducendo il costo della manodopera. E le piante ‘bt’ fanno risparmiare su alcuni insetticidi.

Un rapporto del 2002 della United nations economic commission for Africa ipotizza un vantaggio aggiuntivo: la presenza di coltivazioni transgeniche alza il prezzo locale di alcuni pesticidi e abbassa il costo degli altri, consentendo anche ai coltivatori tradizionali di risparmiare e arricchirsi. Comunque, sono scenari assai meno suggestivi e ambiziosi di quelli ipotizzati anni fa. Inoltre, non è chiaro quanto gli agricoltori se ne possano avvantaggiare. I risparmi gestionali favoriscono innanzitutto i grandi latifondisti. E questo potrebbe soffocare ulteriormente le piccole aziende.

Secondo le industrie, gli ogm sarebbero in rapida diffusione nei paesi in via di sviluppo. In Cina e in India, in particolare, i campi di cotone bt sarebbero aumentati del 20 per cento in un anno. Ma Foe sostiene che si tratta di un successo apparente ed effimero. L’India è colpita da una crisi del settore. Dovuta a una congiuntura di fattori climatici e di mercato che gli ogm non hanno risolto e forse hanno aggravato. Il Paese ha subito una ondata di suicidi e di manifestazioni di contadini, che hanno assalito i depositi della Monsanto e protestano per l’eccessivo prezzo delle sementi biotech.

Anche in Cina è crisi, perché il cotone gm viene attaccato da nuovi insetti e obbliga i contadini ad aumentare l’uso di pesticidi. Problemi simili a quelli cinesi si osservano anche negli Usa e in Argentina, dove sono comparsi insetti resistenti alle piante bt ed erbacce immuni al glifosato. Se nei paesi in via di sviluppo aumentano le coltivazioni, sostiene Foe, è solo grazie alla intensa e non sempre trasparente promozione delle industrie. Che impongono i loro prodotti su mercati privi di tutela.

Il mercato è in mano a cinque grandi nomi: Monsanto, Syngenta, Aventis, Du-Pont e Astra-Zeneca. Che combattono la loro guerra commerciale con raffinatissime strategie di mercato. E il monopolio è destinato ad accrescersi. La Monsanto, i cui brevetti coprono il 90 per cento degli ogm venduti nel mondo, sta comprando molti tra i maggiori produttori e distributori di sementi. Di recente ha inglobato Seminis e Stoneville, e avrebbe intenzione di inglobare anche Delta Pine, accrescendo il suo potere sulle scelte dei coltivatori. Tanto che un pronunciamento dell’American Antitrust Institute rileva il rischio che questa acquisizione dia luogo a una “riduzione ulteriore delle scelte disponibili per i coltivatori di cotone” e porti “l’eliminazione dei semi di cotone non gm”.

In molte regioni degli Usa, è già oggi impossibile trovare semi naturali di buona qualità, e gli agricoltori sono costretti a comprare quelli transgenici. Che possono costare più del triplo, e devono essere ricomprati ogni anno.

L’Europa dice no

Ancora una volta, l’Europa si dimostra un baluardo dell’agricoltura tradizionale. Lo scorso 29 marzo, il parlamento europeo ha respinto la proposta di introdurre una soglia di tolleranza dello 0,9 per cento per la presenza di ogm nei prodotti da agricoltura biologica. La soglia approvata dal parlamento è uno strettissimo 0,1 per cento, e accettabile solo per contaminazioni accidentali. “Il voto europeo rispecchia la sensibilità dei cittadini europei che non vogliono gli ogm nei campi e nel cibo”, ha dichiarato il presidente dell’Associazione italiana agricoltura biologica, Andrea Ferrante.

Dopo avere impedito, dal 1998 al 2003, l’ingresso di nuovi ogm sul mercato, la Ue si è data un nuovo regolamento. Consente la coltivazione e il commercio delle piante approvate dalla European food safety authority, purché i prodotti siano etichettati e tracciabili lungo la filiera. In totale, gli ogm consentiti in Europa sono 51, e altri 30 sono in lista di attesa. Sono tutti modificati per resistere a erbici o a insetti, con alcune eccezioni: cinque garofani con colore alterato, due patate arrichite di amido a scopo industriale, un mais arrichito di lisina e destinato agli animali, e un mais modificato per produrre etanolo. Gli Stati membri godono però di una certa autonomia decisionale: il consiglio europeo ha finora difeso il diritto alla auto-determinazione di ogni nazione, sancito dal Protocollo di Cartagena sulla biosicurezza.

Quei semi sono un pericolo

Aumentano le preoccupazioni sui rischi per la salute legati agli ogm. Alle rassicurazioni delle industrie si contrappone un cumulo crescente di studi indipendenti e sempre più allarmanti. Recente oggetto di contesa è il mais bt Mon 863, che la European food safety authority ha approvato per il commercio europeo lo scorso anno, in base ai dati tossicologici forniti dalla Monsanto. Una revisione di questi dati, pubblicata su ‘Archives of environmental contamination and toxicology’, avrebbe riscontrato diversi errori e omissioni. Le cavie nutrite con il mais gm avrebbero dato segni di intossicazione e di alterazione ormonale, che sarebbero passati inosservati a causa delle inadeguate statistiche impiegate dai tecnici Monsanto. La European Food Safe Authority (Efsa) riesaminerà nelle prossime settimane tutti i dati.

Le preoccupazioni ci sono anche perché spesso gli ogm sembrano destinati a giungere sulle tavole di tutto il mondo, mescolandosi agli alimenti convenzionali. Dopo il mais bt10 della Syngenta, unitosi per sbaglio ai mangimi europei, e il riso LL 601 della Bayer, che lo scorso settembre ha inquinato le filiere di tutto il mondo, in questi giorni gli Usa riportano un nuovo caso di contaminazione. Un riso gm sperimentale si è mescolato al riso Clearfield della Basf, un ogm approvato solo negli Usa e la cui coltivazione è stata immediatamente bloccata.

Ai timori per gli effetti delle piante gm, si aggiungono quelli per i loro pesticidi. L’erbicida Roundup, per esempio, secondo la Monsanto, può essere spruzzato in quantità molto superiori a quelle standard, perché il suo principio attivo, il glifosato, sarebbe tossico solo per i vegetali. Ma l’innocuità del glifosato è messa in dubbio da molte ricerche. E in ogni caso, il Roundup sarebbe più pericoloso del suo principio attivo, a causa degli additivi che ne facilitano la penetrazione nelle cellule. Molti studi dimostrerebbero un effetto tossico e cancerogeno sugli animali, sia in laboratorio che in natura. E nei coltivatori esposti alla sostanza si è osservata una frequenza doppia di aborti spontanei. Nel 2005, uno studio pubblicato su ‘Environmental health perspectives’ ha mostrato che dosi bassissime di glifosato interferiscono con i processi ormonali e sono tossiche per le cellule della placenta.

Daniele Fanelli

L’Espresso

Tratto da promiseland.it

Add comment April 18th, 2007

PATATE OGM SU CAVIE UMANE

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La Monsanto non finisce mai di stupire con azioni che definire al di fuori da ogni etica potrebbe apparire come un eufemismo

Stavolta la multinazionale del biotech l’ha fatta veramente grossa, utilizzando addirittura delle cavie umane, per di più già malate, per testare le proprie patate ogm – si tratta delle Russet Burbank, modificate per resistere agli attacchi del coleottero del Colorado. E sono passati quasi dieci anni prima che una cosa del genere divenisse di dominio pubblico. L’esperimento è descritto in un rapporto - mai pubblicato - del Nutrition Institute of the Russian Academy of Medical Science, e realizzato nel 1998 in accordo con la multinazionale.

I dieci pazienti coinvolti nel test, soffrivano di ipertensione e di ischemia al cuore e sono stati nutriti per tre settimane, una volta al giorno, con circa mezzo chilo di patate ogm. Ne è risultato che, confrontando i risultati ottenuti su altrettante “cavie umane” sottoposte a un’alimentazione basata su patate convenzionali, non esiste alcuna differenza apprezzabile fra le due tipologie di alimenti. Nei pazienti, descritti nello studio come “volontari”, non è stato riscontrato infatti, alcun effetto tossico, allergico o mutageno.

Ora, a prescindere dal discorso etico, sul quale evidentemente non si può certo soprassedere, ci sono altre due considerazioni da fare: la prima, considerando come buoni i risultati dell’esperimento, è relativa alla scarsa attendibilità dei test su cavie animali. Lo stesso esperimento infatti, era stato condotto per circa sei mesi sui ratti, evidenziando riduzioni, sebbene non significative, delle dimensioni di prostata e cuore. La seconda considerazione invece, è relativa all’attendibilità del test stesso, condotto per un periodo troppo breve di tempo su un numero troppo esiguo di pazienti, per poter dare risultati veritieri sugli effetti a lungo termine per la salute umana delle patate ogm.

Naturalmente la Monsanto, di fronte alle innumerevoli accuse che le sono state rivolte, ha risposto che le patate transgeniche utilizzate nei test erano sicure e che gli effetti riscontrati sui ratti rientravano nell’ambito di limiti accettabili, giustificando così implicitamente l’irresponsabile decisione di utilizzare cavie umane. E addirittura Tony Coombs, della Monsanto UK, ha dichiarato che le patate in questione “sono state consumate in Nord America per anni, con un grado di sicurezza pari a quello delle patate convenzionali e biologiche”. Anche se personalmente, su questo punto – ma anche sugli altri sopra trattati - ho sinceramente dei seri dubbi.

Autore: Emiliano Angelelli
Fonte: www.greenplanet.net

Add comment March 12th, 2007

IL BIO OGM DELL’EUROPA

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Il parlamento europeo sta per approvare un nuovo Regolamento sull’agricoltura biologica che ammette una soglia dello 0,9 per cento di residui di Ogm nei prodotti biologici. La Coalizione Liberi da Ogm, di cui fanno parte le principali associazioni dei produttori [come Aiab], dei consumatori, degli ambientalisti e numerose istituzioni locali e nazionali e forze politiche, sono contrarie a questo provvedimento e hanno rivolto un appello ai parlamentari europei affinché non lo votino, sia nel passaggio in Commissione agricoltura dell’Ue il 27 e 28 febbraio sia nella votazione in seduta plenaria il 30-31 marzo.

L’ultimo rifugio rimasto contro la “malalimentazione” è sotto il tiro della Commissione europea. I prodotti biologici rischiano di essere messi a repentaglio da un regolamento europeo sulla produzione biologica che prevede di tollerare una “contaminazione accidentale da Organismi geneticamente modificati” [Ogm] al 0,9 per cento. Una mossa legata, come spiega Andrea Ferrante, il presidente dell’Associazione italiana per l’agricoltura biologica, “a una partita in atto in Europa sulla coesistenza tra colture convenzionali e colture transgeniche”.
La manovra non ha sorpreso l’ampia coalizione italiana Liberi da Ogm [alla quale aderiscono organizzazioni agricole e della distribuzione, associazioni ambientaliste e del biologico, enti locali, Ong, sindacati], che promette battaglia. Ma il tempo stringe. La proposta di regolamento dovrebbe approdare al parlamento europeo, che ha solo un ruolo consultivo, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo. Sarà quindi il Consiglio dei ministri dell’agricoltura a decidere. La presidenza tedesca, insediatasi in gennaio, vuole concludere la faccenda entro giugno, quando passerà la mano.
Roberto Musacchio, europarlamentare del Prc, fa parte della Commissione ambiente, che ha già esaminato il testo. Ha presentato un parere relativo al nuovo regolamento e ribadisce che “non dovrebbe esser previsto nessun valore soglia quanto alla presenza di Ogm. Devono essere evitati a qualsiasi costo data la possibile coesistenza di colture bio e superfici agricole nelle quali gli Ogm potrebbero essere parzialmente tollerati. Non solo per tutelare i consumatori dal punto di vista ambientale, ma anche per come un prodotto viene presentato sul mercato. Se vendo una Mercedes, non può esserci nemmeno un bullone della Cinquecento. Il regolamento dovrebbe inoltre essere esteso ad ambiti non alimentari come il tessile o la cosmetica. Chiediamo che il campo d’applicazione della proposta riguardi anche la ristorazione che usa prodotti biologici”.
Il testo è adesso nelle mani della commissione agricoltura del Parlamento europeo, ultima tappa prima della plenaria. Per l’europarlamentare di Rifondazione comunista Vicenzo Aitta “sarà difficile modificare la soglia del 0,9 per cento. Alcuni paesi, come la Germania e la Francia, sono favorevoli. Temono che una soglia più bassa susciti l’ira di alcuni produttori”. Una paura che rispecchia la divisione del mondo del biologico sulla questione della tolleranza zero. Si può dire che i produttori del sud dell’Europa sono favorevoli mentre chi, a nord, trasforma e commercializza i prodotti bio preferisce non essere vincolato da regole severe.
Adolfo Renzi ha una piccola azienda di agricoltura biologica, Tre colli, in S, nel Lazio. Secondo Adolfo “l’agricoltura non ha bisogno degli Ogm. I problemi di chi coltiva in Italia, ma anche in molti paesi europei, non sono legati alla produzione, ma alla distribuzione. Abbiamo già problemi quando i campi sono contigui con terreni soggetti a vari inquinamenti, figuriamoci se saranno vicino a campi coltivati con semi Ogm. Quando ci dimostreranno che gli Ogm non sono un mostro allora forse cominceremo a discuterne”.
Dietro l’interesse sempre maggiore suscitato dai prodotti biologici si profila uno scontro economico tra due modelli di agricoltura. “Il peso dei grandi commercianti del settore intacca la natura del biologico - dice Antonio Onorati dell’Ong Crocevia - L’azione della commissione agricoltura è molto influenzata dalla grande distribuzione, da Ifoam [l’International federation of organic agriculture movements, che opera in 110 paesi del mondo e al quale aderiscono organismi di controllo, associazioni di produttori, ma anche studi tecnici e aziende private del biologico] e dagli enti certificatori. Non hanno molto interesse alla tolleranza zero, perché restringerebbe il campo del commercio, impedendo di comprare prodotti biologici con mais e soja di provenienza ignota. Non a caso banche d’affari inglesi si sono messe a vendere ‘lotti di 15 mila ettari per l’agricoltura biologica e sostenibile’ nei paesi dell’est. Con un modello di agricoltura bio-industriale di quel tipo, la tolleranza zero diventa complicata”.
Ma il tentativo della commissione europea di imporre gli Ogm attraverso la contaminazione è solo l’ultima trovata di una strategia dispiegata su più fronti, che i movimenti contadini e l’opposizione istituzionale attuata da alcuni paesi, tra cui l’Italia, sono finora riusciti a rallentare. Di certo, l’introduzione di una soglia di “contaminazione accidentale da Ogm” spazzarebbe via un paletto giudiziario che ha finora frenato la diffusione degli Ogm in Europa, tollerando il danno che un produttore transgenico potrebbe infliggere a un produttore biologico. “L’obiettivo della commissione - dice Andrea Ferrante - è facilitare la coesistenza. Eppure abbiamo dimostrato che è impossibile, la contaminazione non può essere fermata. Il 0,9 per cento è un numero simbolico, non è sorretto da nulla”.
Andrea Giubilato è un orticoltore di Santa Maria di Sala [Venezia]. “Il mondo della produzione biologica di ortaggi - dice Andrea - non ha interesse per gli Ogm, se non altro perché è un mercato stagnante quanto a produzione. I problemi sono invece legati alla vendita. Ma quando un contadino si dedica alla produzione di qualità, magari cercando di recuperare le varietà storiche di sementi, e promuove il ciclo corto, si qualifica e si rende protagonista di una proposta che di fatto è l’opposto dell’omogenizzazione imposta con gli Ogm. La vendita diretta è uno strumento fondamentale anche per comunicare la ricchezza di un certo tipo di prodotti . Nel nostro caso, siamo una piccola azienda di orticoltura composta da due soci che produce quaranta specie di ortaggi differenti. Soprattutto legumi, ma anche melanzane e il radicchio veneto. Coltivazioni che richiedono tempi lunghi, ma la cui qualità è davvero diversa dai prodotti di agricoltura intensiva. Per raccontare il nostro lavoro promuoviamo molti incontri con i cittadini”.
Intanto, uno studio di Antoine Messean e Frédérique Angevin consegnato alla commissione europea - citato dalla Confédération paysanne - dimostra che “in condizioni di fioritura normale e anche con delle semenze senza nessuna traccia di Ogm, la soglia del 0,01 per cento di presenza di Ogm nelle colture non Ogm è sistematicamente superata, qualunque siano le distanze tra i due campi”.
“I dati che parlano di milioni di ettari con coltivazioni transgeniche non sono veri - aggiunge Antonio Onorati - In molti paesi i contadini rifiutano di coltivare sementi transgeniche. La Fao ha tentato di fare un’indagine ma non ha trovato i finanziamenti, si usano quindi i dati dell’associazione internazionale delle aziende produttrici di tecnologie genetiche [Isaa]. Inutile dire che sono autoreferenziali”. Secondo Onorati l’ultimo baluardo contro il trasgenico “potrebbe essere la coscienza molto approfondita di consumatori e contadini, a maggioranza contrari agli Ogm. Perfino la Coldiretti si è schierata. Ma se continuiamo a condurre solo una battaglia contro il trasgenico, finiremo contaminati. Non possiamo resistere così ancora per molto. Il tentativo della commissione si basa proprio su questo: è un logorio continuo che dal punto di vista della democrazia è inaccettabile”.

Sarah Di Nella e Gianluca Carmosino

Fonte: carta.org

Add comment February 22nd, 2007

DAVIDE CONTRO IL GOLIA MONSANTO

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Una “polizia genetica” si aggira nelle campagne del nordamerica. Contratti capestro, lettere di intimidazione… Leggere per credere


Faccio l’agricoltore dal 1947 quando ho ereditato l’azienda da mio padre. Mia moglie e io siamo famosi nelle prairies (ovvero le immense distese coltivate che si trovano nelle zone centrali degli Stati Uniti e del Canada)
per il nostro lavoro di ricerca e di sviluppo sulle sementi di colza.
Sono stato parte di molti comitati agricoli, sia a livello provinciale che come rappresentante a livello federale. Sono stato sindaco del mio paese, poi consigliere comunale per più di 25 anni. Ho lavorato tutta la mia vita per l’approvazione di leggi e regolamenti per il miglioramento delle condizioni di lavoro degli agricoltori. Per anni, io e mia moglie abbiamo ricercato e selezionato le migliori sementi per la produzione di colza da olio.
Nell’agosto 1998 mi è arrivata una denuncia da parte della Monsanto. Fino a quel momento non avevo avuto niente a che fare con la colza OGM della Monsanto. Non avevo mai comprato le loro sementi e non ero mai andato ad un loro meeting. Non conoscevo neanche un rappresentante della loro società.

C’erano vari elementi nella denuncia. Innanzitutto, diceva che in qualche modo ero entrato in possesso di semi di colza OGM della Monsanto senza una loro autorizzazione, li avevo piantati, cresciuti e che quindi avevo violato il loro brevetto.
Quando ci venne fatta causa io e mia moglie immediatamente ci rendemmo conto che 50 anni di ricerche e sviluppo di un seme puro di colza che fosse adatto alle prairiers, alle condizioni del suolo e del clima e in particolar modo alle malattie, erano andate in fumo, perchè probabilmente la nostra colza era stata contaminata. Così ci siamo ribellati.

Ci sono voluti due anni di procedure legali e in quei due anni la Monsanto ha ritirato l’accusa di aver ottenuto le sementi illegalmente. Ma ha continuato a sostenere che, dato che si era trovata colza OGM Monsanto
nel fossato che delimitava i miei campi (a dire il vero, neanche dentro ai miei campi) significava che avevo violato il loro brevetto. Così la mia accusa è diventata ufficialmente di violazione della loro proprietà intellettuale.
Questa decisione ha portato il mio caso all’ attenzione internazionale, col rischio di diventare un esempio per altre vertenze legali del genere.

I punti principali della sentenza sul mio caso sono:

1. Non importa come la colza OGM della Monsanto, o la soia o qualsiasi altra pianta OGM entri nel capo di un contadino. Il modo più comune in cui può avvenire è l’impollinazione, o il trasporto dei semi da parte del vento, di uccelli o altri animali. Dal momento che avviene la contaminazione, il raccolto e le sementi non sono più tue.
2. L’intero raccolto dei nostri campi di colza del 1998 è andato alla Monsanto. Il giudice decise anche che non avevamo il diritto di riutilizzare di nuovo le nostre sementi: i semi che noi avevamo impiegato 50 anni a selezionare non sono più nostri. Questo è quello che sconvolge i contadini di tutto il mondo quando gliene parlo: che un contadino che utilizza metodi convenzionali o biologici può perdere tutto da un giorno all’altro.

Un’altra cosa importante su cui soffermarsi e di cui i media sinora non si sono occupati è il tipo di contratto che le aziende come la Monsanto utilizzano.

I punti principali del contratto con la Monsanto sono i seguenti:

1. Un agricoltore non può mai utilizzare le proprie sementi;
2. L’agricoltore si impegna a comprare sempre le sementi dalla Monsanto;
3. L’agricoltore si impegna a comprare solo i diserbanti chimici della Monsanto;
4. Se l’agricoltore viola questo contratto in qualche modo, e la Monsanto gli fa pagare una penale, si impegna a non parlarne con i media o con i vicini.

Nel contratto del 2003, poi, è stata aggiunta un’altra clausola: non é più possibile fare causa alla Monsanto per nessun motivo. È impossibile portare la Monsanto in tribunale, questo è il loro contratto standard.
Un altro punto importante: gli agricoltori sono costretti a permettere agli investigatori della Monsanto di ispezionare i loro campi e i loro granai per tre anni dopo la firma del contratto, anche se - per esempio - hanno deciso di coltivare sementi OGM solo per un anno.

Negli Stati Uniti la forza di polizia della Monsanto è la “Pinkerton Investigation Services”. Nelle pubblicità della Monsanto si sollecitano gli agricoltori a denunciare il vicino, se sospettano che stia coltivando colza o soia OGM senza autorizzazione. Chi lo fa, otterrà in regalo una giacca di cuoio dalla Monsanto.
Appena alla Monsanto arriva la soffiata, vengono mandati due investigatori per controllare la situazione. Nelle prairies li chiamano “la polizia genetica”. I due fanno sapere all’agricoltore di aver ottenuto una segnalazione sulle sue coltivazioni: è una vera e propria forma di intimidazione. Cosa pensate che succeda quando questi investigatori lasciano la casa dell’agricoltore? L’agricoltore si domanderà quale dei suoi vicini l’ha denunciato. Così si arriva ad una rottura dei rapporti tra gli agricoltori, che cominciano ad aver paura di parlare fra loro e a sospettare l’uno dell’altro.

Un altro mezzo di controllo sono quelle che possiamo considerare vere e proprie “lettere di estorsione”. Una lettera tipo potrebbe dire una cosa del genere: “Abbiamo motivo di ritenere che lei stia coltivando colza o soia OGM della Monsanto senza autorizzazione. Invece di costringerci a portarla in tribunale lei ha la possibilità di inviarci un pagamento di 100.000 o 200.000 dollari.”
Se la Monsanto non riesce a rintracciare l’agricoltore, può andare al comune e scoprire dove si trovano i suoi terrreni. Poi viene utilizzato un piccolo aereo o un elicottero per spruzzare sul
campo il diserbante “Roundup” della Monsanto.
Circa 12 giorni dopo che è stato spruzzato il diserbante, vengono a controllare: se le piante sono morte, vuol dire che l’agricoltore non ha usato le sementi OGM, ma se sono vive, Dio lo salvi!
Va sempre ricordato che non è possibile “trattenere” gli OGM. Una volta che introduci una nuova forma di vita nell’ambiente non c’è più modo di richiamarla indietro.
Non è possibile trattenere il vento.
Non è possibile trattenere il trasporto dei semi da parte di uccelli, api e altri animali.
Non è possibile trattenere gli OGM, che si diffonderanno ovunque con la stessa facilità con la quale è avvenuto nelle prairies.

Un altro fatto importane è che non può esserci la “co-esistenza”. Credetemi, dalla mia esperienza di mezzo secolo da agricoltore, so che se viene introdotto un gene modificato in un qualsiasi organismo, questo gene sarà dominante. Alla fine il gene modificato prevarrà. Non è possibile avere allo stesso tempo in un paese coltivazioni OGM e biologiche o convenzionali. Il rischio è che alla fine tutto diventerà OGM.
Non c’è più scelta.

Credetemi, gli agricoltori biologici nelle prairies non possono più coltivare la soia o la colza. Tutti i nostri semi adesso sono contaminati da OGM. La possibilità di scelta è stata tolta sia agli agricoltori biologici che a quelli convenzionali.
Mi viene spesso chiesto perchè mai gli agricoltori hanno cominciato a coltivare OGM quando questi furono introdotti nel 1996. Allora la Monsanto disse agli agricoltori che, tra le altre cose, avrebbero
portato a raccolti più elevati, prodotti più nutrienti e, soprattutto, che richiedevano un utilizzo ridotto di sostanze chimiche.

Penso che sia il terzo punto quello che ha colpito di più gli agricoltori. Dal 1946-47, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli agricoltori cominciarono ad utilizzare tonnellate di sostanze chimiche all’anno. Alcune erano estremamente potenti e gli agricoltori cominciarono a rendersi conto del danno fatto all’ambiente, alla salute umana e agli animali.
La Monsanto ha detto anche altre cose, e continua a dirle: saremmo finalmente stati in grado di dare da mangiare ad un mondo affamato.
Credetemi, per dare da mangiare ad un mondo affamato, non servono tutte le Monsanto di questo mondo.
Quello che ci vuole è un cambiamento nella politica, nelle modalità di commercio e nell’economia.
Quando parlo ai contadini dei paesi del terzo mondo - Africa, India, Bangladesh, eccetera - gli dico che loro almeno hanno ancora una scelta. Noi in Canada non abbiamo più una scelta per quanto riguarda molti tipi di colture. È tutto contaminato. E nessuno ci aveva informati prima di quello che sarebbe potuto succedere.
Per concludere, perchè ci siamo ribellati alla Monsanto?
Mia moglie ed io abbiamo 72 e 73 anni. Non sappiamo quanti anni abbiamo ancora a disposizione e guardiamo alla cosa in questo modo: come nonno mi chiedo che tipo di eredità voglio lasciare ai miei nipoti.
I miei nonni e i miei genitori mi hanno lasciato un’eredità di terra coltivabile. Io non voglio lasciare ai miei figli un’eredità di terra, aria e acqua sature di veleni. Sono sicuro che su questo sarete d’accordo con me.
Dunque, continueremo a combattere per il diritto degli agricoltori in tutto il mondo di utilizzare le proprie sementi.

Estratto da una conferenza di Percy Schmeiser tenuta a Vancouver.
In due gradi di giudizio (si è in attesa del terzo) Percy è stato condannato
dai giudici canadesi a pagare 170.000 dollari a Monsanto, e ha speso 300.000
dollari in spese legali, trovandosi costretto a ipotecare casa e terreni.
Accetta donazioni (si possono fare con carta di credito dal sito
www.percyschmeiser.com).

(Fonte: www.greenplanet.net)

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