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Nel silenzio a lungo ora
ci sappiamo parlare,
nessuna fretta nemmeno
nel volersi ascoltare.
Un sola anima
che respira,
un viaggio eterno
un unica mira.
Non siamo neppure più definiti
senza confini da un sola forza uniti,
non c’è più un mio, non più un io,
solo un unico senso per l’amor di Dio.
Ogni vuoto è riempito
nessun dono più ardito,
emanazione riflessa
di un cammino infinito.
Una lieve carezza accompagna
ogni pensiero ogni azione,
ogni ristagno i nostri passi
ogni stagione.
Ogni cellula si intringe
di risvegliata coscienza e di vita,
ora siamo l’entità
che si è di nuovo riunita.
Nel luogo segreto
siamo stati invitati,
dalla sete e la fame
qui stati saziati.
Uniti nell’anima ora
in trasmutata espressione,
creiamo un nuovo moto nel mondo
con la sua vibrazione.
Calm
Lemmer, 30 giugno 2007
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June 30th, 2007
I.
Il picchio è tornato a battere come ogni anno
sempre sulla stessa corteccia con un rumore
di semi caduti per terra. Ora gli uomini vanno
per vie traverse ignorano la strada dritta
non sentono che qualcuno li chiama alle svolte.
Il tempo è pesante come un pezzo di muro
ogni ora come un sasso ci grava sul cuore
le case non sono più quelle d’una volta
è spento il camino e tra i mogani
le parole d’un giorno impossibili a ripetersi
ora giacciono inerti. I conti non tornano più
sull’oro degli specchi l’oro della gioventù
è patina di polvere. Forse non è come ogni anno
se il picchio batte più forte alla stessa corteccia
II.
un tempo per nascere
un tempo per morire
un tempo per pascere
un tempo per dormire
e tutto era perfetto
logica ogni azione
il treno era diretto
vicina la stazione
un tempo per pregare
un tempo per godere
un tempo per peccare
un tempo per vedere
un tempo.
III.
Non basta più guardare in cielo le costellazioni
Andromeda vagante o il Carro dell’Orsa
per inventare nuove e fragranti consolazioni
o dire parole d’amore vecchie come le stelle
avvolgendole in seriche trine di versi preziosi
non basta più guardare il mare la spuma sugli scogli
e dire che così è la vita che va e viene
come l’onda e che dopo tutto ci sono i fari
a guidarci (e qui risolino sapiente e compiaciuto
di professore in pensione). E guardiamoli i fari
hanno sempre una luce monotona verde-rossa
scandita nel buio noi siamo perduti in una fossa
di sangue e fango ed essi non hanno mani
hanno solo una luce che c’importa? Non bastano
i fari le stelle non è vero non sono I’occhio di Dio
IV.
i savi hanno i perché
hanno le labbra rosse
conoscono le mosse
per dare matto al re
V.
E allora dovremmo volgerci alla croce e guardare il suo volto
esitanti come l’uomo che torna a casa da lontano
e non sa di che cosa parlare perché tutto ci è stato tolto
come a lui fu fatto anche le nostre mani sono legate
dietro la schiena e qualcuno ci ha sputato sul viso
ma noi rifiutiamo la sua corona di spine
o la canna-bastone tra le mani noi non siamo re
non vogliamo esserlo neppure nel dolore
e poi ha gli occhi troppo buoni domani un altro
potrà percuoterlo metterlo sulla croce o dargli l’aceto
ed egli offrirà l’altra guancia dicendo a suo padre
che perdoni. Bisogna dire di no alla sua pietà
tremenda levategli la corona è un uomo
come noi un uomo che ci cammina accanto
chiamandoci fratelli e ci porge la mano
VI.
i preti sono grassi
hanno la fronte pura
il Maligno ha paura
e corre via tra i sassi.
VII.
È questo il tempo della tempesta l’ago della bussola
gira nel vuoto è impazzito le vele le vele scoppiano
come i palloni dei bimbi il timone è senza timoniere
ma il capitano gioca ai dadi nella sua cabina
è al caldo ascolta alla radio una musica lontana
che parla di donne belle come cavalle in amore
la poppa si gira per conto suo sobbalza la prua
non sa come fare a tagliare le onde gli alberi
si piegano le corde ad una ad una si spezzano
qualcuno s’è messo il cuore in pace ed è pronto
a tirare le somme dicendole in un’ultima parola
c’è anche chi attorno si guarda e vorrebbe chiamare
il capitano ma il capitano non si fa vedere
è comodo nella cabina le capstain il whisky
ascolta una musica che parla di donne in amore
VIII.
il pane per mangiare
il letto per dormire
mani per lavorare
e cuore per soffrire
IX.
Orlando sente che la morte lo prende e sulla roccia
vorrebbe spezzare la spada Ulisse naviga ancora
Rinaldo pensa ad Armida Francesco raduna gli uccelli
e parla loro di Dio Cleopatra aspetta il morso del serpe
Giuda ha i trenta denari ma c’è qualcosa che non va
Tommaso tocca il costato e allibisce ecco l’immagine
l’immagine varia e diversa e sempre uguale dell’uomo
noi non siamo più loro loro non sono più noi
il gallo ha cantato tre volte ma noi non abbiamo tradito
abbiamo sorriso però se il fratello è caduto se la vergine
è stata frugata ma non abbiamo tradito ecco
l’immagine diversa dell’uomo non è più questa ora
non abbiamo la spada la nave il giardino incantato
abbiamo solo le mani per coprirci gli occhi
X.
ecco strade fiorite
nei romanzi d’amore
tra sussulti del cuore
e bocche illanguidite
XI.
Non c’è più un tempo per nascere un tempo per morire
si nasce e si muore nello stesso momento infinite morti
ci assediano è l’ora che ognuno raccolga
in sé la morte degli altri il frumento assiderato
dal gelo il topo che si dibatte nella gabbia
il marito che piange la moglie infedele. E l’ora
di cogliere il dolore degli altri in una mano
e portarsela in fronte a stamparvi croci e croci in rosso
udire il nostro grido nella bocca dell’uomo
che ci passa accanto per caso è l’ora di aprire
tutte le finestre tutte le porte abbattere i muri se occorre
per poterci guardare negli occhi trovare una parola
nuova che non sia preghiera ma urlo.
E l’ora che dalla morte nasca la vita
XII.
il letto è nero e duro
la donna è sfatta e molle
dovrà cadere un muro
il sole non dà luce
la luna è bianca e fredda
nessuno ci conduce
il ciclo è verde e viola
la strada è morta e vuota
nessuno ha una parola
XIII.
Più d’ogni altro anno il picchio è tornato a bussare
alla stessa corteccia più volte il cavallo è stramazzato
sulla strada e s’è alzato di nuovo sotto i calci
ora bisogna slegare il carro bruciare le redini
ora bisogna trovare un principio e una fine
trovare il tempo della nascita opposta alla morte
cercare oltre le spine la rosa oltre la neve il calore
e ridere del riso dei santi e dei folli.
Andrea Camilleri, 1948
Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925. Segnalato al Premio S. Vincent 1948 -e al Premio Libera Stampa di Lugano 1949- ha vinto ex aequo il premio di poesia alle Olimpiadi Culturali 1950. Vive a Roma. Opere: Poeti scelti (Mondadori, 1949).
La poesia e la nota sull’Autore sono state pubblicate su Momenti (Rivista di poesia), n.6, Torino, Anno V (nuova serie). (Finito di stampare il 26 maggio 1952)
Dal sito Camilleri fan club
May 22nd, 2007
Quest’oggi mi ritiro dal mondo e dalla sua visione,
è l’amico fedele, il silenzio, che bramo.
Nulla voglio muovere, fare, o pensare,
stando immobile in sostanza come amo.
Il massimo posto d’onore gli è riservato,
sostituendo quello delle usurate parole.
Affinchè io possa permanere nella quiete,
gioviando corpo, mente, e cuore.
Stò inalando e assaporando,
riempiendomi con gioia del suo.
Mi avvolge, mi rinfresca,
assorbendo il troppo mio.
Ah… ricchezza immensa tu sei,
oasi che poco agognamo.
Perduto è oggi il senso del tuo suono,
e del tuo insegnamento all’uomo.
Tutt’intono accarezzi la mia pelle,
rinfrancandomi come un Dio.
Con te godo del mio riposo,
come fosse un figlio mio.
Valle dorata di si’ fresca aurora,
in te si perdon le mie stanchezze e gli anni.
Brina che giace sul giardino dei miei cardi,
soave lavi l’eco degli affanni.
Le voci e i suoni intorno che si rincorrono in un frenetico ballo,
scorrono via ora insieme, verso il grande mare.
Possano lì liberarsi e svuotare il loro moto,
e in te perpetua pace e giovinezza ritrovare.
Calm
Lemmer 23.03.2007
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March 28th, 2007
In grida atroci come latrati gridati alla polvere del mondo
da una cagna a cui han ucciso i suoi cuccioli,
come una madre che ha perso il suo figlio più amato
straziata da un dolore che rasenta la follia,
come un uomo innocente rinchiuso e deriso
torturato e in solitudine costretto fino alla morte,
come un bimbo abbandonato su una strada sperduta
a cui il terrore e l’angoscia paralizzano il cuore,
con urla tremende e infinite affidate alla voce del vento
in singhiozzi che sanno alzare le onde del mare in tempesta
e scagliarlo con forza devastante sulla costa,
così ti piango giorno per giorno quando la coscienza si desta
consapevole di non averti più accanto.
Quando ancora ti vedo con gioia sorridermi
e incontrare orgoglioso il mio sguardo,
tu unica e indelebile fonte di luce
che m’abbia mai nutrita a riguardo.
Ecco ti vedo, ti sento, mi appari,
ci abbracciamo perdendoci l’una nell’altro,
la gioia dilaga espoldendo senza pari
ogni qualvolta nei ricordi si rinnova l’incontro.
Unico limbo e rifugio terreno
dove senza timore poter riposare,
rigenerando dagli abissi temporali
e dal mio imparare a volare.
Linfa vitale che scorri nelle mie vene
in tutte le cellule ne trattieni vivo il ricordo,
che insostituibile perdita è mai questa
e a volte il dolor così sordo.
Dal mio esilio ti chiamo sapendo
che posso chiamare soltanto che in me,
qui dentro ti porto per sempre
finchè il mio respiro ancor c’è.
Lo sò che non volevi lasciarmi
anzi invero non lo hai fatto perchè,
insieme camminiamo ora nel mondo
uniti per sempre io e te.
Mai esaurita sarà in me questa fonte
che in vita nel cuore hai aperto per me,
limpide e chiare qui scorreranno per sempre
le mie lacrime d’amore per te.
Ti gusto donando questo amore ora agli altri
esso porta il sapore e il riflesso di te,
a che tutti lo possan ricevere in dono
come tu lo hai fatto con me.
Calm
Lemmer, 5 marzo 2007
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March 5th, 2007
Pennello e colori
per dipingere il mondo,
in tutti i suoi umori
dal chiaro al profondo.
Un coro di risa di bimbi,
un pianto, una mano,
gli amori vissuti,
il passato lontano.
Una luce, un dettaglio, un volto,
un movimento leggiadro,
ispirazione feconda
racchiusa in un quadro.
Calm
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February 4th, 2007
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