Nella foto: La città galleggiante che potrebbe un giorno essere la casa di uno dei rifugiati dai cambiamenti climatici.
A prima vista, appaiono come un paio di giganti sedie gonfiabili da giardino che sono state lavate via in mare.
Ma sono, a quanto pare, l’ultima soluzione al rapido innalzamento del livello del mare.
Questa immagine generata con un computer mostra due città galleggianti, ognuna con uno spazio sufficiente per 50.000 abitanti.
La ‘Lilypad’ città sarebbe alimentata da fonti energetiche rinnovabili
Basandosi sulla progettazione di una lilypad, queste potrebbero essere utilizzate come rifugio permanente per coloro le cui case sono state sommerse dall’acqua. Grandi città tra cui Londra, New York e Tokyo sono considerate a grande rischio da oceani, che potrebbero salire tanto quanto 3 piedi entro la fine di questo secolo.
Questa soluzione, dal pluripremiato architetto belga Vincent Callebaut, è stata progettata per essere un nuovo posto dove vivere per coloro le cui terre sono state annullate.
Le ‘Lilypad citta’ che galleggiano in tutto il mondo in modo indipendente e con case pienamente auto-sostenibili. Con un lago al centro per la raccolta e la purificazione dell’acqua piovana, sarebbero accessibile da tre diversi porti turistici e avrebbero montagne artificiali, caratteristica per offrire agli abitanti un cambiamento di scenario da quello marino.
Il cumonlo di energia per la sistemazione centrale è fornito attraverso una serie di fonti di energia rinnovabili tra cui pannelli solari sulle parti dei monti, turbine eoliche e di una centrale elettrica al fine di sfruttare l’energia delle onde.
Il signor Callebaut ha detto: ‘La progettazione della città si ispira alle forme della grande Amazzonia Victoria Regia lilypad. Alcuni paesi spendono miliardi di sterline di lavoro per rendere le loro spiagge e le dighe più grande e più forte.
‘Ma il progetto lilypad è in realtà una soluzione a lungo termine per il problema dell’incremento dellacqua delle coste. ‘
L’architetto, che non ha ancora stimato un costo per il suo design, ha aggiunto: ‘E’ una città anfibio senza strade per auto. Tutta la città è coperta da piante e ospita giardini in sospeso.
‘L’obiettivo è quello di creare una armoniosa convivenza fra gli esseri umani e la natura.’
‘Alcuni paesi spendono miliardi di sterline per rendere le loro spiagge e dighe più grandi e più forti. Ma il progetto Lilypad progetto è in realtà una soluzione a lungo termine al problema dell’ acqua in aumento. ‘Ed ha altri obiettivi, quello di fornire alloggio per i rifugiati da isole che sono stati sommerse.’
La Lilypad città sarebbe la casa per i rifugiati dal cambiamento climatico.
Centrata attorno a un lago che raccoglie e poi purifica l’acqua della pioggia, la Lilypad naviga in tutto il mondo seguendo i ruscelli e le correnti oceaniche .
Sarà accessibile da tre porti turistici e avrà tre ‘montagne’ per offrire agli abitanti di un cambiamento di scenario.
Energia verrà fornita attraverso una serie di fonti di energia rinnovabili, compresa quella solare, termica, energia eolica, idraulica e una centrale elettrica di marea.
La città effettivamente può produrre molta più energia di quello che consuma ed essere del tutto a ‘emissione zero’, come reciclare tutti i biossido di carbonio del trattamento dei rifiuti.
‘Stò pensando a come accogliere i milioni di persone rimasti senza casa a causa dei cambiamenti ambientali e questa si rivelerà una delle grandi sfide del 21 ° secolo.’
Non ci è stato rivelato il costo di costruire una simile città, nè il costo della vita in questa.
Secondo il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), il globale livello del mare è previsto sia in aumento tra nove e 88 centimetri entro il 2100, con una ‘migliore stima’ di 50 centimetri.
Ciò è dovuto al surriscaldamento del pianeta che è la causa del scioglimento di ghiaccio nei polii.
In molti luoghi, 50 centimetri, vedrebbero intere spiagge spazzate via, insieme con un significativo pezzo di costa.
Il punto più alto ad esempio delle isole del Pacifico come Tuvalu, Kiribati o le Maldive, è a soli due o tre metri sopra il livello del mare attuale.
Se il livello del mare ha un aumento di 50 centimetri, porzioni significative di queste isole verrebbero lavate via dall’erosione o ricoperte di acqua.
Anche se rimangono sopra il livello del mare, molte nazioni insulari avranno il loro approvvigionamento di acqua potabile ridotto, perché l’acqua del mare può infettare le loro scorte d’acqua dolce.
Ci sono anche decine di milioni di persone che vivono al livello delle zone costiere basse dell’Asia meridionale, come ad esempio le coste del Pakistan, l’India, lo Sri Lanka, Bangladesh e Birmania, che sarebbero in pericolo.
In California, i cittadini si stanno organizzando per fermare l’irrorazione aerea di antiparassitari in corso di programmazione da parte dello Stato.
Ecco le loro dichiarazioni.
Il Dipartmento per gli Alimenti e Agricultura (CDFA) della California ha annunciato piani per riprendere l’irrorazione aerea di antiparassitari per la Light Brown Apple Moth (LBAM) nell’estate 2008.
Nonostante la massiccia opposizione dell’opinione pubblica locale, la campagna di vari milioni di dollari cominciata nel 2007 nelle contee di Santa Cruz e Monterey usa un feromone sintetico insieme ad altri prodotti chimici racchiusi in microscopiche capsule di plastica.
Ignorando le dliffuse segnalazioni dei gravi effetti causati sulla salute umana, come pure i danni alla vita marina e alle api, la CDFA espanderà il programma per l’area di San Francisco Bay all’inizio dell’estate 2008, con piani di continuare a spruzzare ogni mese per 3 - 5 anni o indefinitamente fino a quando la falena è ‘debellata.’
Lunedì 3 marzo 2008, si è tenuta una riunione al municipio Marin centro, presso la Corte di Madera, ospitato dalla Marin Pesticida Free Zone campagna, e organizzato da Frank Egger, Marin, Coordinatore del movimento StopTheSprayMarin.org.
Prodotto come un servizio pubblico di EON-la Rete Ecologica Opzioni
www.EON3.net
In collaborazione con la fondazione Soluzioni Naturali
www.HealthFreedomUSA.org
Mentre cominciano ad arrivare gli aiuti internazionali ad Haiti e nella Repubblica Dominicana, dove ha lasciato almeno 115 morti e migliaia di senzatetto, la tempesta tropicale “Noel” si è tramutata in uragano passando sulle Bahamas: il suo occhio (il centro del vortice) si trova a un migliaio di chilometri a sud-ovest delle Bermuda, i suoi venti hanno raggiunto la velocità di 120 km orari.
Noel è considerato la depressione più letale dell’anno nell’Atlantico. All’inizio di settembre, l’uragano “Felix”, di categoria 5, aveva ucciso nei Caraibi, in Nicaragua e in Honduras 101 persone. Fonti cubane hanno reso noto che nell’isola Noel non ha causato vittime, anche se i danni alle infrastrutture e all’agricoltura sono stati gravi: soltanto in Las Tunas, scrive il quotidiano Granma, la protezione civile ha constatato danni alle piantagioni di canna da zucchero, a 22 ponti, 187 chilometri di vie di comunicazione e 2.000 chilometri di sentieri rurali. In particolare, scrive il giornale, il settore agricolo “non è più in grado di rispondere alla domanda di 157.000 quintali di generi alimentari, equivalenti al consumo della provincia nel mese di novembre”.
In Messico, più di 300mila persone sono isolate per le inondazioni che l’uragano ha causato nello stato di Tabasco. Il ricco stato petrolifero, grande quanto il Belgio, è per l’80 per cento sotto il livello dell’acqua. Villahermosa, la capitale del Tabasco, ormai praticamente coperta dall’acqua, è nel caos totale per la mancanza di cibo, acqua potabile, gas, medicinali e servizi ospedalieri. E adesso si teme che scoppino epidemie, come la febbre dengue. Nonostante siano stati rinforzati con sacchi di terreno gli argini del Grijalva, il fiume ieri ha inondato gran parte del centro storico.
“L’uragano Katrina è ben poca cosa paragonato a questo”, ha detto il governatore, Andres Granier, preoccupato dall’ampiezza della tragedia. “La situazione è straordinariamente grave”, ha confermato il presidente messicano Felipe Calderon, che nella notte ha rivolto un messaggio di quattro minuti alla popolazione per chiedere aiuto: chiunque ha una barca, ha detto, si mobiliti con i soccorritori.
La Commissione Europea ha deciso di stanziare un milione e mezzo di euro per aiuti umanitari in favore delle vittime delle inondazioni provocate nella Repubblica Dominicana. I fondi, spiega una nota, permetteranno di migliorare la situazione sanitaria, di distribuire cibo, acqua potabile, rifugi temporanei e beni di prima necessità come kit per l’igiene o per la cucina.
Le rivelazioni di Schneider ci aiutano a comprendere come la sinarchia riesca a predisporre, in gran segreto, l’operazione “scie chimiche”.
Phil Schneider nacque il 23 aprile del 1947 a Bethesda. I genitori furono Oscar e Sally Schneider. Oscar Schneider fu Capitano della Marina statunitense, lavorò nell’ambito della medicina nucleare e contribuì a progettare i primi sottomarini atomici. Schneider fu anche coinvolto nel Progetto crossroads relativo ai tests nucleari a Bikini, isola del Pacifico. In una conferenza risalente al maggio 1995, Philip Schneider dichiarò che suo padre fu anche coinvolto nel misterioso Philadelphia experiment.
Come ingegnere e geologo, Philip collaborò alla costruzione di basi militari sotterranee in tutti gli Stati Uniti e fu uno dei tre sopravvissuti all’incidente di Dulce nel 1979, quando i Grigi ebbero uno scontro con terrestri. La vedova di Schneider, Cynthia Drayer crede che Philip sia stato ucciso poiché egli rivelò la verità circa il nesso tra governo ed U.F.O.
Nel 1979 Philip fu assunto dalla Morrison-Knudsen Inc. Partecipò così alla costruzione di nuovi settori della struttura ipogea di Dulce, nel New Mexico dove diresse i lavori che portarono all’apertura di nuove gallerie. Egli era preposto all’esame di campioni di roccia per stabilire quali esplosivi si dovessero impiegare.
Schneider fu ritrovato esanime in casa sua il 17 gennaio 1996: era stato strangolato col catetere che era costretto ad usare. Questo omicidio sembra un’esecuzione militare in piena regola. Qualunque cosa pensiamo delle sue rivelazioni, non si può dubitare che egli attrasse l’attenzione dell’F.B.I. e della C.I.A. Stando alla vedova, agenti segreti setacciarono l’abitazione, dopo la morte del marito e sequestrarono molte delle fotografie di famiglia.
Circa le installazioni militari sotterranee, così Schneider si espresse in una conferenza:
“La prima parte di questo discorso riguarderà le basi militari sotterranee ed il Bilancio nero (Black budget). Il Black budget è un bilancio segreto che ingloba il 25% del prodotto interno lordo degli Stati Uniti. Esso attualmente fagocita 1.25 trilioni di dollari all’anno. Questa è la somma minima che viene investita nei programmi oscuri, come quelli che concernono le basi sotterranee militari. Attualmente esistono 129 basi sotterranee militari negli Stati Uniti.
Le realizzano incessantemente, giorno e notte, sin dai primi anni ‘40 del XX secolo. Alcune sono state scavate anche prima. Queste basi sono in pratica delle grandi città collegate attraverso treni ad alta velocità magneto-leviton, che arrivano a velocità Mach 2. (…) Qui attorno, dove vivete voi, in Idaho, ce ne sono 11.
La profondità media di queste basi è di circa un miglio e sono tutte di dimensioni comprese tra le 2.66 e le 4.25 miglia cubiche. I militari possiedono macchinari per la trivellazione laser con cui possono scavare un tunnel di sette miglia in un solo giorno. Proprio in questo esatto momento, il Nuovo ordine mondiale dipende da queste basi”.
Le rivelazioni di Schneider sulle città sotterranee gettano una sinistra luce, a mio parere, anche sulla scellerata operazione “scie chimiche”. Mi sembra, in tale contesto, particolarmente significativa un’affermazione dell’ingegnere: “Il Nuovo ordine mondiale dipende da queste basi”. È una frase che si potrebbe interpretare in molteplici modi e che potrebbe anche essere correlata alla fabbricazione, nelle viscere della terra, di velivoli chimici all’interno di impianti industriali riforniti di materie prime ricavate in loco o importate anche da luoghi distanti, grazie alle vie di comunicazione ipogee, diffuse come una rete nel sottosuolo di molti stati. Questo potrebbe spiegare perché è difficile vedere sub divo la frenetica attività che, senza dubbio, è collegata ad un’operazione globale e diuturna: andirivieni di autocisterne cariche di veleni, produzione e stoccaggio di sostanze chimiche da diffondere nella biosfera, sistemazione degli aerei in hangar, costruzione e manutenzione dei velivoli molti dei quali droni …
Un’impresa del genere è coperta dalla più grande segretezza: pare proprio che i luoghi sottoterra, lontani da sguardi curiosi, siano adatti per organizzare l’infame operazione “scie chimiche” poi attuata nei cieli di quasi tutto il pianeta. È assodato che installazioni ipogee con funzioni logistiche e di sperimentazione “scientifica”, sono state create, oltre che negli Stati Uniti, in molti altri paesi del mondo. Collegate a volte a basi strategiche ufficiali, credo debbano essere immaginate come città autosufficienti, in cui le infrastrutture sono alimentate con energie ignote ai più, come l’etere. Potrebbero estendersi anche sotto i centri urbani o in aree inospitali e desolate ed i loro accessi essere attentamente occultati o collocati in zone militari off-limits.
Stili di vita individuali, innovazione tecnologica mirata e impegno politico. Secondo Maurizio Pallante la decrescita è come uno sgabello a tre gambe: nel momento in cui uno dei tre sostegni viene a mancare, la seduta rovina a terra. Per questo ognuna delle gambe è ugualmente importante rispetto alle altre, e tutte e tre sono indispensabili e fondamentali
Clima, ambiente, grandi opere, rifiuti, energia. Maurizio Pallante, sollecitato dalle domande di Marco Cedolin, ci fornisce un ritratto chiaro di quello che è il mondo attuale e delle dinamiche e economiche che lo governano. Allo stesso tempo ci offre una visione lucida, appassionata ed estremamente concreta del mondo con la “decrescita applicata”: un mondo di felicità e benessere che tutti noi siamo chiamati a costruire.
Si sta parlando molto dell’effetto serra e dei cambiamenti climatici in atto e futuri. Nonostante le grida di allarme spesso vengano condivise dai governi e dagli amministratori e diffuse attraverso i grandi media, si percepisce l’impressione che tali grida siano destinate a cadere nel vuoto. Come mai questi soggetti, che gestiscono le scelte politiche ed economiche, da un lato lanciano l’allarme sulla degenerazione dell’ambiente e del clima, …
… e dall’altro continuano a propagandare la crescita e lo sviluppo come prerogative irrinunciabili per la costruzione del futuro?
Il profeta Isaia diceva che Iddio acceca quelli che vuol perdere. Martedì 26 giugno sul giornale la Repubblica si faceva il resoconto dell’ondata di caldo soffocante che aveva investito il nostro paese (46 gradi a Catania). Questi i titoli degli articoli: L’Italia soffoca; Sud in ginocchio, due morti, black out e incendi. Mezzo milione di anziani a rischio, ecco il decalogo per proteggersi. Afa record, l’Oms avvisa l’Italia “Ogni anno cinquemila vittime”. Nelle pagine di Torino, come se niente fosse, si propagandavano le iniziative promozionali per la presentazione di una nuova automobile Fiat. Questo il titolo dell’articolo a tutta pagina: Cinquecento, una festa olimpica. Due giorni in piazza, la settimana prossima, per la nuova nata (sic!) Fiat.
Incapacità logica di fare il banale collegamento tra le emissioni di gas serra degli autoveicoli e l’innalzamento della temperatura terrestre? Schizofrenia? Come si fa a raccontare con toni drammatici i disastri causati da un problema che sta stravolgendo il mondo e far festa per ciò che lo causa? Questo atteggiamento da parte della classe dirigente del nostro paese è più pericoloso dell’effetto serra, che se si volesse e se si fosse più responsabili potrebbe essere affrontato con efficacia.
Ritieni che una società nella quale si continua a perseguire la crescita dei consumi, del pil, della movimentazione di merci e persone, degli investimenti in grandi infrastrutture rappresenti davvero, come molti sostengono, un approccio di sviluppo sostenibile? Ed esistono nella realtà dei fatti uno sviluppo ed una crescita sostenibili?
La locuzione “sviluppo sostenibile”, è logicamente un ossimoro a cui qualcuno prova a dare un significato, ma la maggior parte delle volte è usato per nascondere, attraverso un artificio verbale, le peggiori aggressioni all’ambiente. Parlare di sostenibilità in relazione alle grandi opere è soltanto un imbroglio nel tentativo di acquistare il consenso degli ingenui e dei disinformati. In senso buono lo sviluppo sostenibile consiste nella scelta di utilizzare tecnologie meno invasive nei confronti degli ecosistemi, per poter continuare a crescere economicamente. La crescita, senza attenuazioni degli impatti ambientali che genera, corrode rapidamente le condizioni che le consentono di proseguire. Chi sostiene la necessità di sviluppare le fonti rinnovabili in sostituzione di quelle fossili compie un’operazione di questo genere. Se il petrolio finisce e cambia il clima come si potrà continuare a crescere? Per la crescita sono indispensabili le fonti rinnovabili perché si ritiene che siano illimitate e pulite. Consentono di continuare a crescere. Nel caso in cui, per assurdo, si arrivasse a trovare una fonte illimitata e pulita, la crescita non avrebbe più ostacoli a sfasciare il mondo, trasformando in tempi sempre più brevi quantità sempre maggiori di risorse in rifiuti. Se il treno della crescita corre a velocità folle verso un precipizio, lo sviluppo sostenibile si limita a rallentare la velocità di questa corsa, ma non la sua direzione. Ciò che occorre è rallentare la velocità del treno e contemporaneamente cambiare la direzione dei binari su cui viaggia. Per sviluppare le fonti rinnovabili e far sì che possano soddisfare il fabbisogno energetico dell’umanità, occorre inserirle all’interno di un processo di diminuzione dei consumi energetici, attraverso l’eliminazione degli sprechi, delle inefficienze, degli usi impropri, allungando la durata di vita degli oggetti, sviluppando una maggiore sobrietà, riducendo le distanze tra i luoghi di produzione e i luoghi di consumo, favorendo le economie locali autocentrate e contrastando la globalizzazione. In una parola: per invertire la tendenza autodistruttiva in atto occorre produrre di meno e meglio.
I molti movimenti che oggi in Italia si battono contro le grandi opere e le nocività, avversando la costruzione del TAV, della base militare americana di Vicenza, del Mose, degli inceneritori, delle centrali a carbone, secondo te difendono solamente interessi localistici o stanno maturando la consapevolezza della necessità di un nuovo modello di società che prescinda dai dogmi della crescita e dello sviluppo?
La forza dei movimenti popolari che si oppongono alla loro realizzazione nei territori in cui vivono è la reazione di chi sente incombere la minaccia di una rovina irreparabile sulla sua casa. È la forza della disperazione. Non è facilmente domabile perché la sconfitta comporta la perdita del futuro e della speranza. Ma ha una debolezza di fondo: si esprime sostanzialmente in termini difensivi. Dice no. Uniscono i no, ora qui, ora là. Le proposte alternative non mancano, ma sono per lo più di massima, non definite in termini di fattibilità economica e tecnologica, non perseguite con l’impegno e la tenacia necessari a realizzarle, con lo stesso impegno e la stessa tenacia con cui si argomentano e si sostengono le ragioni del no. Ma la loro principale debolezza consiste nel fatto che sono proposte di soluzioni alternative allo stesso tipo di problema. Non lo mettono in discussione, non ne analizzano le cause, non si propongono di eliminarlo. Ne ridimensionano la portata, ne contestano la soluzione, ne propongono un’altra. Sostengono che la crescita dei consumi di energia sarà inferiore alle previsioni e basterà sviluppare le fonti rinnovabili per evitare di effettuare trivellazioni petrolifere, costruire rigassificatori e centrali termoelettriche. Che il potenziamento della raccolta differenziata ottenibile col porta a porta ridurrà la quantità di rifiuti da smaltire e non sarà necessario costruire gli inceneritori. Che il traffico merci aumenterà meno di quanto indicato negli scenari di previsione e il potenziamento della linea ferroviaria esistente basterà a smaltirlo senza costruire la linea ad alta velocità.
Se non si vuole rimanere prigionieri di una strategia difensiva caso per caso, occorre capovolgere questi presupposti concettuali. Occorre elaborare una politica economica finalizzata alla decrescita del prodotto interno lordo e alla riduzione dell’impronta ecologica.
Se si ristrutturano gli edifici esistenti riducendo le loro dispersioni energetiche per fare in modo che invece di consumare 20 litri di gasolio, o 20 metri cubi di metano al metro quadrato all’anno – come succede mediamente in Italia – ne consumino da un massimo di 7 a un minimo di 1,5 – come prevede la normativa in Alto Adige e in Germania – non si rinuncia a niente, anzi il comfort termico migliora, le emissioni di CO2 si riducono da un minimo di due terzi a un massimo di nove decimi, si crea occupazione qualificata, si eseguono lavori che hanno un senso, ma si riducono i consumi di fonti fossili e, una volta ammortizzati gli investimenti, si ha una riduzione del prodotto interno lordo. Questa è un’alternativa concreta alla costruzione dei rigassificatori, perché consente di ridurre la domanda molto di più quanto quegli impianti non siano in grado di accrescere l’offerta, si può realizzare in tempi più brevi ed è più conveniente economicamente.
Se si producono oggetti destinati a durare più a lungo, riparabili, progettati anche in funzione di uno smontaggio con suddivisione e recupero dei materiali in tempi e modi industriali, non si rinuncerebbe a nulla e la quantità dei rifiuti diminuirebbe. Se venisse incentivato l’acquisto dei servizi anziché dei prodotti in grado di fornirli (il servizio di fotocopiatura invece delle fotocopiatrici come già succede; il servizio della mobilità invece delle automobili come già fanno le aziende prendendole in leasing; il servizio del freddo invece del frigorifero, come potrebbe succedere, eccetera), la durata degli oggetti aumenterebbe, gli oggetti verrebbero progettati per essere riparati e non sostituiti al minimo guasto, al termine della loro vita alle aziende produttrici converrebbe riciclare e riutilizzare i materiali di cui sono composti. Il riciclaggio dei rifiuti non rappresenterebbe più un costo per la collettività, ma una riduzione di costi per le imprese. Se il costo degli imballaggi venisse posto a carico dei produttori e dei venditori di merci, se la tariffa dei rifiuti domestici venisse commisurata alla quantità dei materiali non raccolti in maniera differenziata, si incentiverebbe la riutilizzazione dei materiali e si avrebbe una riduzione dei costi direttamente proporzionale alla riduzione dei rifiuti. La somma di queste e altre analoghe misure eviterebbe di costruire inceneritori, offrirebbe nuove opportunità di occupazione qualificata, diminuirebbe rischi e pericoli, ridurrebbe le emissioni di CO2, di polveri sottili e ultrasottili, di diossine e altre sostanze inquinanti. Anche in questo caso si avrebbe una riduzione del prodotto interno lordo. Una decrescita felice, che aumenta il benessere e l’occupazione.
Anche l’opposizione al potenziamento delle basi militari, a Vicenza come a Sigonella, deve integrare le sue sacrosante motivazioni etiche con l’elaborazione di una strategia capace di erodere le cause che li motivano. Prima della caduta del muro di Berlino, le basi militari americane sparse nel mondo rispondevano alla necessità di contrastare gli arsenali atomici dell’Unione Sovietica. Oggi, dietro lo schermo della lotta al terrorismo, rispondono alla necessità di controllare l’afflusso del petrolio dal medio-oriente ai paesi occidentali. Questo petrolio è necessario alla crescita delle loro economie. Se venisse a mancare, o si riducesse, o i prezzi salissero in modo incontrollato, la crescita economica perderebbe la sua linfa vitale. Pertanto, se si vuole contrastare efficacemente il potenziamento delle basi militari, occorre sviluppare una politica energetica finalizzata alla diminuzione dei consumi di fonti fossili, innanzitutto mediante la riduzione degli sprechi e la crescita dell’efficienza dei processi di trasformazione. La riduzione della domanda che si può ottenere con le migliori tecnologie a disposizione è superiore al 50 per cento. Questo è il prerequisito per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, sia perché farebbe crescere in misura significativa il loro contributo percentuale al fabbisogno, sia perché libererebbe grandi quantità di denaro con cui si possono finanziare. In questo modo si può avviare un circolo virtuoso, che crea occupazione e riduce le emissioni di CO2, mentre riduce il bisogno di controllare militarmente le aree del mondo in cui si trovano le fonti fossili.
Tu hai scritto molti libri sul tema della decrescita e recentemente hai fondato il Movimento per la Decrescita Felice (MDF) che tanto interesse sta suscitando in giro per l’Italia. Molte persone temono che “decrescita” significhi privazione, perdita delle comodità acquisite, ritorno ad una società primitiva e negazione della tecnologia. Ci spiegheresti cosa significa in realtà decrescita e quale tipo di società prospetti ne programma politico del MDF?
Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario in via preliminare fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si limita a calcolare il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti. Non tutti i beni sono merci e non tutte le merci sono beni.
La frutta e la verdura coltivate in un orto familiare per autoconsumo sono beni qualitativamente molto migliori della frutta e della verdura acquistate al supermercato. Ma non passano attraverso una intermediazione mercantile, per cui non sono merci. Soddisfano il bisogno di nutrirsi in modi più sani e più gustosi dei loro equivalenti prodotti commercializzati, non sono stati prodotti con veleni e sostanze di sintesi chimica, non hanno impoverito l’humus, non hanno contribuito a inquinare le acque, ma fanno diminuire il prodotto interno lordo perché chi autoproduce la propria frutta e verdura non ha bisogno di andare a comprarla. In una società fondata sulla crescita, dove a ogni piè sospinto tutti la invocano come il fine delle attività economiche e produttive, il suo comportamento è asociale.
Se, dunque, il prodotto interno lordo misura il valore monetario delle merci e non prende in considerazione i beni, la decrescita indica soltanto una diminuzione della produzione di merci. Non dei beni. Anzi, la decrescita può anche essere indotta da una crescita di beni autoprodotti in sostituzione di merci equivalenti. Poiché molte merci non sono beni e molti beni non sono merci, la decrescita può diventare il fulcro di un nuovo paradigma culturale e un obbiettivo politico, se si realizza come una diminuzione della produzione di merci che non sono beni e un incremento della produzione di beni che non sono merci. Questo processo è in grado di apportare miglioramenti alla qualità della vita e degli ecosistemi. Una decrescita guidata in questa direzione, una recessione ben temperata, per usare un’espressione di Élemire Zolla, racchiude intrinsecamente un fattore di felicità. Vive felicemente chi si propone di avere sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono beni, e spende tutta la vita per questo obbiettivo? Non vive più felicemente chi rifiuta le merci che non sono beni e sceglie i beni di cui ha bisogno in base alla loro qualità e utilità effettiva, lavorando di meno per dedicare più tempo ai suoi affetti? Vive felicemente chi vive in una società che si propone di produrre sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono beni, e sacrifica a questo obbiettivo la qualità dell’aria, delle acque e dei suoli? Non vive più felicemente chi vive in una società che antepone il bene della qualità ambientale alla crescita della produzione di merci che non sono beni?
Una delle critiche che più frequentemente viene mossa ai fautori della decrescita riguarda il fatto che si tratti di una teoria astratta difficilmente applicabile nella realtà. La decrescita felice che tu proponi sembra partire invece proprio da presupposti quanto mai reali e concreti, riusciresti a spiegarci quali sono?
A chi obbietta che la decrescita è un’utopia, bisogna innanzitutto ricordare che è la crescita ad essere un’utopia, per di più terrificante. In un mondo che ha una quantità finita di risorse e una capacità finita di assorbire i rifiuti liquidi, solidi e gassosi prodotti dalla produzione e dal consumo di merci, un processo di crescita economica infinita è impossibile. La decrescita, invece è possibile, ragionevole e desiderabile. Chiunque può contribuire a realizzarla nella propria vita ricavandone vantaggi non altrimenti ottenibili. Tre sono le direttrici su cui si deve operare: gli stili di vita individuali, una innovazione tecnologica mirata e l’impegno politico. Per usare un’immagine, la decrescita è come uno sgabello a tre gambe. Se ne manca una, cade.
Gli stili di vita finalizzati alla decrescita si basano sulla sobrietà e sull’autoproduzione, sulla valorizzazione degli scambi non mercantili fondati sul dono e sulla reciprocità, sulle filiere corte nei rapporti mercantili. La sobrietà – che significa usare con rispetto e moderazione le risorse della terra, far durare gli oggetti il più possibile e riciclare le materie di cui sono composti quando vengono dimessi – è quella saggezza antica che oggi ha trovato una formulazione scientifica nella teoria dell’impronta ecologica.
In relazione alla tecnologia, le innovazioni tecnologiche finalizzate alla decrescita hanno l’obbiettivo di ridurre, per ogni unità di prodotto o di servizio fornito, la quantità di energia e di materie prime necessarie a produrli, di conseguenza le quantità di rifiuti prodotti sia in fase di produzione, sia in fase di dismissione degli oggetti prodotti. Basta ricordare l’esempio delle case ad alta efficienza energetica, ma se ne potrebbero fare moltissimi.
La terza gamba dello sgabello è l’impegno politico, per far sì che le scelte delle amministrazioni pubbliche vadano nella direzione della decrescita. Se i consigli comunali approvano regolamenti che impongono di costruire edifici ad alta efficienza energetica, da una parte favoriscono lo sviluppo delle tecnologie che riducono il consumo di energia e risorse a parità di benessere, dall’altra determinano un abbassamento dei consumi inutili e dannosi rappresentati dagli sprechi. Se invece di far costruire inceneritori favoriscono la raccolta differenziata e il riciclaggio, da una parte riducono il consumo di risorse naturali e dell’energia necessaria a trasformarle in materie prime, semilavorati e prodotti, dall’altra favoriscono lo sviluppo delle innovazioni tecnologiche in grado di trasformare i rifiuti in risorse.
Cosa diresti ad un normale cittadino che ti domanda come può applicare fin da subito la decrescita nella propria vita di tutti i giorni?
Di verificare che tutte le sue scelte vadano a consolidare le tre gambe dello sgabello. Non è complicato, si sta meglio, migliorano i rapporti con se stessi, con gli altri e con l’ambiente in cui si vive, si ha la soddisfazione di fare cose giuste e si partecipa a un grande progetto di riconciliazione della specie umana con l’ecosistema terrestre.
Fonte: Luogocomune.net