Archive for August, 2007

VACANZE

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Cari amici, lettori e famiglia,

per qualche giorno il sito non pubblicherà nuovi articoli.

Spero abbiate avuto tutti delle belle vacanze, o che stiate ancora godendovele.

Io vi saluto per una settimana e me ne vado nella Repubblica Domenicana a fare il pieno di sole, mare, e buon umore.

Grazie e a presto.

Sotto vi ho messo l’indirizzo di un paio di video sui posti che visitero`.

Ciao Calm

http://it.youtube.com/watch?v=SHxwQ0-L5-c

http://it.youtube.com/watch?v=vNeBEDjxZy4

http://it.youtube.com/watch?v=I-3tsiojiMY

Add comment August 18th, 2007

IL FURTO DELL’ANIMA

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Ma sappiate che questo è argomento che può tra voi, dove pensate che sia dotto chi sa più grammatica e logica d’Aristotile o di questo o quello autore; al che ci vol sol memoria servile, onde l’uomo si fa inerte, perché non contempla le cose ma li libri, e s’avvilisce l’anima in quelle cose morte…
Tommaso Campanella, (Appendice della politica detta) La Città del Sole

L’estate, le vacanze, ci concedono spesso la possibilità dell’introspezione, della riflessione sul passato: riapriamo vecchi libri, sostiamo sui vecchi album delle foto, torniamo ad immergerci in cosa siamo stati, lontano da quel che siamo oggi.
Ogni tanto è utile sganciarci dai soliti dibattiti, dalle comuni riflessioni, dal mondo che anche la controinformazione – in definitiva – tende a parificare in un comune plafond.

Mi capita fra le mani un vecchio libro degli anni ’70, La tecnologia alternativa – quando essere “alternativi” era forse un concetto più confuso rispetto all’oggi, ma le determinazioni di fondo dell’epoca erano più marcate e tracciavano un confine più chiaro fra chi lavorava per il “sistema” e chi era contro, lo rifiutava e desiderava costruire un mondo alternativo – e lo riapro. Non mi sfugge, mentre avverto un impercettibile odore di muffa che si leva dalle pagine, che tanti “alternativi” dell’epoca – oggi – sono comodamente acquartierati negli accampamenti del potere: da Lotta Continua alla corte di Berlusconi, da Potere Operaio alla Sorbona. Non mi permetto giudizi di sorta – ho imparato la lezione della solitudine, che concede almeno il privilegio dell’indipendenza, culturale e morale – e, se hanno dei conflitti con le loro coscienze, me ne rammarico. Hanno scelto per loro stessi.
Eppure, abbiamo un gran bisogno – oggi – di tornare a riflettere sui paradigmi di quell’epoca perché – non dimentichiamo – fu il decennio di Reagan e dell’“edonismo reaganiano” che cancellò scientemente quello che era un enorme pericolo per l’establishment: il timore che la gente iniziasse non a discutere, ma a progettare un altro mondo.
Tutto ciò che è avvenuto dopo – da New American Century a Bush, da Gorbaciov a Blair – è soltanto la conseguenza d’azioni espressamente iniziate in quegli anni. L’obiettivo? Uno solo: rendere la gente incapace d’esser protagonista del proprio destino, togliere loro l’anima, privarli della gioia di vivere al punto d’accettare il piatto di lenticchie della schiavitù invece di correre – magari meno irreggimentati, ma forti nell’animo – nelle praterie dell’ingegno e della fantasia. Perché, privato della fantasia, l’uomo è la peggior macchina che si conosca: un congegno incerto nel suo incedere, perché continuamente dubbioso sul cammino da scegliere. Quel procedere dubbioso, unito alla fantasia, è invece la sua vera forza.

I meccanismi e le azioni intraprese, oramai, le conosciamo: ciascuno di noi potrà aggiungere una pagina o demolire un dubbio – da Echelon alle massonerie internazionali, dal tristo agire di politici da basso impero ai loro datori di lavoro, i banchieri, che ci rubano l’anima per inginocchiarsi nelle sacrestie del PIL – ma la sostanza non cambia. Noi tutti, cristiani e islamici, liberisti e statalisti, destri e sinistri, juventini ed interisti, siamo stati relegati nello slum della Danza degli Spettri.
Già Alce Nero – non semplice “uomo di medicina”, ma grande uomo di cultura, solo che il suo sapere è stato dai colonialisti definito “sottocultura” – ci aveva avvisati.
Le strade del Nord, del Sud, dell’Est e dell’Ovest non s’incontrano più, e la Nazione non ha più centro: questa fu l’amara sentenza del grande pensatore Lakota. Quelle strade non sono – come si potrebbe frettolosamente pensare – esterne ma interne a ciascun essere umano, proprio come le energie interne al corpo dell’Ayurveda o gli elementi dell’alchimista. Senza quei flussi vitali, l’uomo perde la bussola e diventa uno schiavo.
Con Alce Nero abbiamo gettato nel cesso Rudolf Steiner, Whileilm Reich e tanti altri in cambio di Keynes e della Monsanto, di “pensatori” come Wolfowitz o D’Alema. Se fossimo dei vecchi scambisti di figurine, sarebbe stato come scambiare Gigi Riva con Del Piero. Il primo – racconta – trascorreva insieme ai compagni le notti insonni, nelle camerate, a fumare ed a sognare insieme ad un allenatore-filosofo, Scopigno. Il secondo, mangia due briciole, beve acqua minerale e parla con l’uccellino.

E’ bastato scorrere le pagine dell’introduzione per rammentare, per ritornare per un attimo a quegli anni: due pagine, mille pensieri.
Ma cosa raccontavano, in quelle pagine, di tanto interessante?
Davano per scontata una rivoluzione: no, niente effigi di Marx e di Lenin, nessuna Piazza Rossa né missili “buoni”. Buoni perché con la stella rossa.
La rivoluzione era tecnologica, ma soprattutto sociale: ecco, ciò che oggi tendiamo a sottovalutare.
Ci perdiamo nei mille calcoli dei Watt e della Calorie, conteggiamo sino all’ultimo centesimo sui costi di un sistema energetico, ci lambicchiamo per un Joule perduto e dimentichiamo che – qualsiasi nostro parto dell’ingegno – non sarà applicato ad una gabbia di topi, ma ad esseri in carne ed ossa come noi, con i loro dubbi e le loro certezze, le loro perplessità e le vigorose affermazioni. Siamo a tal punto cascati nell’inganno, che assumiamo come valide le basi di pensiero del nemico! Nessuno dei colonizzatori americani – da “Capelli Gialli” Custer a “Cappotto d’Orso” Miles, dal più tetragono al meno convinto di ciò che stava facendo – si pose il problema della salvezza, dell’armonizzazione della cultura Lakota con il nuovo stato. Impariamo.

Il primo assioma dei “rivoluzionari” tecnologi dell’epoca non partiva dalle scelte migliori, ma dalle migliori scelte. Non un compromesso al ribasso, ma al rialzo.
Affermavano che nel 2000 – e, a quel tempo, il 2000 era come parlare oggi di Marte – Rio de Janeiro e San Paolo si sarebbero congiunte, formando un solo agglomerato urbano di 50 milioni di persone. Allucinante, non governabile, affermavano. Non so se le due città si siano “toccate”, ma i costi sociali delle megalopoli sono evidenti, chiari a tutti: degrado ambientale ed umano, rapporti interpersonali dettati più dall’ansia che dalla solidarietà. Oramai, la solidarietà è un bene così inflazionato che sarebbe meglio non usare più quel termine e sostituirlo con empatia, che non è quantificabile ne svendibile un tanto al chilo perché – l’empatia verso gli altri esseri – è intimamente legata allo stato mentale di noi tutti. O ce l’hai, oppure nessuna associazione di regime potrà rivendertela.

Immaginiamo, a fronte di salari che per i giovani s’arrestano a soglie fra i 500 ed i 1.000 euro, di quanto sale la “credibilità” del crimine. Non stiamo parlando del grande crimine – per quello ci sono specifiche istituzioni, come i servizi segreti “deviati” o le mille mafie che fanno “lingua in bocca” con la politica – ma del piccolo crimine borderline, che non significa essere criminali a tempo pieno. Vuol dire semplicemente “arrotondare”, oggi spacciando qualche pasticca, domani rivendendo della refurtiva: la soglia della cosiddetta “legalità” – a fronte di salari da fame – scende. E poi ci vengono a parlare di prevenzione: l’unica prevenzione sarebbe non creare ingovernabili alveari di milioni di persone.
Il futuro, affermavano i tecnologi anni ‘70, passerà obbligatoriamente per una diffusione della popolazione sul territorio; l’esigenza dei grandi agglomerati urbani fu necessaria alla prima industrializzazione: oggi (negli anni ’70!) non ha più senso. Meno male che allora non aveva senso.

Come giustificavano quelle affermazioni?
Semplice: l’automazione industriale renderà possibile la frammentazione di singole unità produttive su vasti spazi, con ampio uso del telelavoro. Le reti telematiche del futuro consentiranno la trasmissione dei dati in tempo reale e non sarà più necessario spostarsi.

Osserviamo come le nostre classi dirigenti hanno interpretato il fenomeno.
L’automazione industriale è un dato di fatto: sono più di vent’anni che le grandi aziende non fanno altro che inserire robot al posto degli uomini per le lavorazioni ripetitive. Fra l’altro – proprio per l’intrinseca peculiarità dell’uomo a ragionare in termini analogici – la “macchina umana” è poco adatta (e meno precisa) per svolgere mansioni ripetitive.
Laddove l’automazione industriale è più accentuata, Francia e Germania – per rimanere in Europa – le ore annue lavorate sono inferiori rispetto ai paesi a minore automazione, Italia e Spagna, ad esempio.
Sull’altro fronte, l’automazione industriale esige molto lavoro d’ingegno ed informatico: tutte attività che non richiedono assidua presenza.

Le scelte operate da tutti i governi italiani, invece, sono orientate verso l’accentramento: le linee ad alta velocità sono materia di feroce concorrenza per le compagnie telefoniche – spot milionari e spesso mendaci – mentre la diffusione del segnale asimmetrico (ADSL) langue. Enormi aree del paese ne sono prive mentre, si badi bene, non si è perso tempo per consentire loro la copertura del segnale radio-telefonico, la rete dei cellulari.
Solo convenienza economica? Forse, ma riflettiamo che privare – oggi – ampie aree del paese della possibilità di trasferire dati ad alta velocità, significa condannare quelle zone all’analfabetismo informatico.
Problemi tecnici? No, questo proprio no.
Come si è espansa la rete dei cellulari, basterebbe installare una rete di trasmettitori collegati alle reti ad alta velocità, ciascuno dei quali servirebbe una sezione di rete telefonica. Non sarebbe e non è una chimera.
Se non si operano simili scelte, significa soltanto che si tratta di un ben preciso intento politico: se si trattasse di TV o cellulari, l’avrebbero già fatto.
Sintomatico fu il caso delle antenne della Radio Vaticana, che diffondevano il segnale – nelle vicinanze di Roma – frodando apertamente la legge, ossia emettendo con picchi di potenza ben superiori al consentito e mettendo a repentaglio la salute degli abitanti.
Inoltre – mentre Sgarbi e Ripa di Meana battono lo Stivale per la loro crociata anti-aerogeneratori – nessuno si lamenta per le migliaia d’antenne per le telecomunicazioni, che hanno oramai invaso anche gli angoli più pittoreschi del paesaggio.
La risposta della classe politica è dunque stata: parlate pure con il cellulare ovunque, rincoglionitevi con la TV spazzatura ma…per il segnale ad alta velocità…andiamoci piano, in fondo non è proprio necessario, anzi…

Se le aree meno abitate del paese sono state gettate nel cesso – almeno per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico – osserviamo cosa succede su un altro fronte, ossia quello dell’espansione delle aree protette.
Presto, ai classici parchi nazionali, s’aggiungeranno nuove aree con forti restrizioni alle attività umane: delle specie di “sotto parchi”, nei quali non si potrà fare quasi niente. Pare che questa sarà la “strada” scelta dal Ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, uno dei più facoltosi parlamentari italiani.
Apparentemente – e probabilmente così spacceranno questa scelta – sembrerebbe l’ovvia contromisura per aree che si stanno “naturalmente” spopolando.

Io vivo proprio in un’area – la Langa piemontese e dintorni – che sta diventando un deserto. I ragazzi che terminano gli studi liceali, li saluto prima della maturità e non li rivedo più: partono per compiere gli studi universitari e non tornano. Dopo anni, qualcuno mi racconta che Tizio ha trovato lavoro a Milano o a Udine, a Torino o Roma. Addio: d’altro canto, perché dovrebbero tornare in un deserto economico?
Ampie aree interne delle province che vanno da Imperia a Piacenza sono oramai così poco popolate che paiono una selva: si può camminare per decine di chilometri senza incontrare anima viva e senza imbattersi in una casa.
Un amico – per la sua tesi di laurea – fece un censimento delle antiche cascine nella valle del Letimbro (Savona): ne censì 84, tutte disabitate, che agli inizi del ‘900 formavano il tessuto economico agricolo della valle.
I piccoli paesi sono diventati dormitori per chi lavora nelle città – ed è disposto a sobbarcarsi, per scelta o per necessità, una vita da pendolare – mentre la gran maggioranza sono pensionati, moltissimi in età avanzata.

Il declino di questi paesi può addirittura essere “marcato” mediante degli indicatori: la prima attività a cessare, normalmente, è il distributore di carburante. Seguono poi, con percorsi diversi, la scuola (media e poi elementare), la farmacia, la Posta, il giornalaio, i tabacchi, ecc. Nel volgere di un quarto di secolo – più o meno i tempi sono questi – si passa da un tessuto sociale vivo ad un simulacro, un carapace vuoto.
Il valore delle aree fabbricabili, ovviamente, decresce ed è qui che s’innesta la speculazione immobiliare: prima si concede al deserto lo status di “deserto protetto”, quindi – utilizzando finanziamenti nazionale ed europei – si restaurano le poche vestigia storiche (chiese, castelli, ecc) senza, peraltro, trovare anzitempo delle finalità d’utilizzo, salvo fantomatici “centri culturali” o roba del genere. Normalmente, sono centri culturali sempre sprangati: strano modo di far cultura.
A quel punto, tutto è pronto per l’atto finale: intervengono le società immobiliari, che “piazzano” a prezzi di svendita aree agricole, fabbricabili od edifici da ristrutturare. Chi compra?

Da sempre, compra chi ha i soldi per comprare: in questo caso, chi acquista non lo fa per necessità ma per semplice capitalizzazione. Le tipologie saranno varie – dal ricco pensionato svizzero al palazzinaro nostrano – ma le finalità saranno grosso modo le stesse.
C’è chi utilizzerà quelle proprietà come semplici beni-rifugio, conscio che il buon broker acquista quando tutti vendono, ma ci sarà anche chi lo farà per mire più utilitaristiche.

Non è forse vero che il grande business è oggi quello legato alla salute – ovviamente nel senso più ampio del termine – e, allora: cosa ci può essere di più allettante che acquistare, per pochi soldi, terreni ed antiche case da adibire a centri per il benessere fisico e spirituale?
Nelle aree “svuotate” dagli indigeni, acquistabili per pochi spiccioli e protette con bolla statale dalle intrusioni esterne, potranno nascere come funghi centri sportivi, di ricreazione – per il corpo e per lo spirito – che saranno però gestiti dalle grandi catene alberghiere, da anonime società, da banche. Insomma, dai soliti noti.

Qualcuno potrà obiettare che tutto ciò è perfettamente legale, ma a costoro sfugge che – a monte – ci sono state operazioni che non sono proprio fulgidamente corrette. Se, per decenni, si va avanti a tagliare i “rami secchi” delle Ferrovie e vengono sostituiti da vecchie (e care) corriere che sembrano diligenze, si chiudono quindi gli ospedali secondari – cosicché, se ti fai male, scarpina per settanta chilometri oppure aspetta, speranzoso, l’elicottero – e non s’investe in nulla (l’ADSL è solo l’ultima trovata, perché fino a pochissimi anni fa c’erano ancora centraline elettromeccaniche, che non potevano accedere alla rete!) il risultato è scontato.

Eppure, con queste belle trovate, lor signori ereditano – in cambio di poche perline colorate – un patrimonio che le popolazioni locali hanno curato per secoli!
Quale destino attende il popolo che viveva nelle Riserve? L’inurbamento: chiaro.
Sostanzialmente, lo Stato si pone nei confronti della metà (forse ancor più) dei comuni italiani come si comportarono le Giacche Blu quando scoprirono che sui Black Hills c’era l’oro.
L’inurbamento genera problemi? Niente paura: basta garantirsi la fedeltà della guardia pretoria – tutti gli uomini in divisa – con buoni stipendi ed ampi privilegi ed il gioco riesce. Lo schiavo che si ribella, in definitiva, cosa merita se non la morte?
I poveri estensori della tecnologia alternativa, scoprono quindi che tutto il loro lambiccarsi viene deriso e vanificato dalla solita ghenga di centro/sinistra/destra, che “amorevolmente” si prende cura di noi.

Un altro assioma della “tecnologia alternativa” dell’epoca era la produzione energetica: suvvia – parevano affermare – non tediateci con queste fregnacce sull’energia! Tutti sanno che le energie naturali sono abbondanti e praticamente inesauribili: basta raccoglierle!
Anche i nostri amorevoli padroni lo sanno, e ci prendono anche in giro quando lo ammettono. Sanno perfettamente che se fosse captata la centesima parte dell’energia solare che scende sui deserti il problema sarebbe risolto. Addirittura, l’ENEL (Enelgreenpower) comunica ufficialmente che la sola risorsa eolica è in grado di soddisfare 4 volte l’intero fabbisogno mondiale: lo raccontano loro, mica noi, piccoli indiani.
Il problema di una fonte inesauribile è proprio la sua, intrinseca, difficoltà nel monetizzarla. Il suo valore d’uso non muta – il sole che mi riscalda oggi, scalderà fra sei ore gli americani – ma è terribilmente difficile imbastire, su fonti così vaste ed inesauribili, la classica speculazione della domanda e dell’offerta. In ogni modo, ci stanno provando con l’acqua.
Meglio le fonti fossili: saranno pure care, ma almeno sono finite e potremo ragionevolmente lucrarci per almeno i prossimi 40 anni. Dopo, tireremo fuori dal cappello qualche nuova diavoleria sul nucleare e tireremo avanti. Problemi di scorie? Di radiazioni? Va beh…costituiremo un fondo per le emergenze…tutto fa brodo: anzi, tutto fa PIL, anche i sacchetti di plastica per i cadaveri.

Poco credibile? Fantasie? Fate la prova del nove.
Cosa sta facendo il cosiddetto “mondo industrializzato” per incentivare le rinnovabili? “Incentiva”, appunto.
Vi regalano ben 45 centesimi di euro per ogni KW prodotto con il fotovoltaico, ben sapendo che senza quel contributo sareste fuori mercato: in altre parole, ti lego al carro con gli incentivi e senza il mio contributo non vai da nessuna parte.
Il tutto, può anche diventare un buon mezzo di ricatto elettorale: voti me? 45 centesimi; voti Tizio? Beh, allora…
Sulle altre fonti, cercano di mantenere l’assoluto controllo statale. Il termodinamico? L’ENEA afferma che già oggi è competitivo?
E che lo affermino pure! Noi, intanto, diamo mandato all’ENI (!) di terminare per il 2009 la centrale di Priolo Gargallo, un impianto poco più che sperimentale. Scaroni – immaginiamo – ci sta spendendo le notti.
Laddove le due strade non bastano – incentivazione (come sul solare termico, che costa, in Italia, il doppio che in Austria!) oppure controllo del Sovrano – ci pensa la burocrazia.

Guardiamo per un attimo al passato.
L’espansione idroelettrica che avvenne fra le due guerre mondiali non fu soltanto appannaggio dei grandi sistemi, anzi.
Moltissime società private installavano piccole turbine su fiumi, torrenti e canali per vendere l’energia elettrica nel circondario. Gli ultimi mugnai della ruota ad acqua, associavano una dinamo all’albero che azionava le macine e si procuravano l’energia elettrica per loro e per qualche vicino.
Le esigenze dell’epoca erano senz’altro minori, ma sapete quanta energia produce una misera ruota o turbina Kaplan installata su un ruscello? Parecchi KWh. L’ENEL ne concede, ai privati, soltanto 3.

E un modesto aerogeneratore in una località ventosa?
Un mulino a vento con pale di 2-3 metri può produrre, in una località ventosa, circa un KWh con venti modesti: si potrà discutere all’infinito su questi valori (che dipendono dal tipo di pala, dal flusso del vento, ecc) ma i valori sono pressappoco questi.
Riflettiamo che un simile aerogeneratore è poco più di un giocattolo: richiede un palo di pochi metri e tantissime persone sarebbero in grado d’acquistare in scatola di montaggio le parti più complesse (pale, mozzo, alternatore, inverter, ecc), per poi installarlo da soli. I più ingegnosi, potrebbero costruirlo da sé.
Perché non esiste un “conto energia” – anche senza incentivi – per le piccole realizzazioni eoliche ed idroelettriche?

Non è necessario imbastire una polemica su questi pochi dati, perché tanto ci pensa la burocrazia a fermarvi: e il certificato d’impatto ambientale? E il responso dell’apposita commissione? E le normative di sicurezza? E le distanze dai confini della proprietà? E il progetto, debitamente depositato e firmato dal solito “esperto” (che probabilmente ne sa meno di voi)? E il certificato di collaudo? Vi fanno impazzire.
Pressappoco la stessa cosa succederebbe se vi sognaste di canalizzare mezzo metro di ruscello per farci girare una ruota: lì, vi salterebbero addosso anche quelli della Pesca Sportiva.
A meno che…a meno che non conosciate qualche “mammasantissima” che s’interessi per “velocizzare” la pratica. In cambio, ovviamente, del vostro voto, di quello dei vostri figli, nipoti e bisnipoti per lui, il figlio e tutta la sua progenie. Insomma, il solito. Perché, il “solito”?

Poiché, rendendovi indipendenti nella produzione d’energia, fareste saltare un assioma importantissimo: per i bisogni essenziali, tu devi dipendere. Se dipendi, potrò ricattarti all’infinito.
Inoltre, creando energia dal nulla, entrereste in concorrenza con i banchieri, che creano ricchezza dal nulla: l’energia, non dimentichiamo, è ricchezza.
Per la stessa ragione, cancellando nelle campagne i produttori familiari ed ammettendo solo le grandi aziende agricole, priveranno ciascuno di noi della forza e della sicurezza che genera saper produrre con poca fatica il cibo che ci serve. Chi coltiva un orto, non si reca ad acquistare verdure ai banchi del supermercato, non contribuisce ad aumentare i profitti delle multinazionali degli OGM e delle sementi “certificate”.
Chi ancora vive nel vero mondo, quello dove s’incontrano ancora profumi e s’ascoltano i richiami degli animali, sa che un pezzo di legno brucia, che quel fuoco riscalda e può cucinare alimenti. Sa che poche galline, lasciate libere di razzolare e con poco cibo, producono molte uova: proteine nobili quasi a costo zero.

Tutto ciò rende le persone più libere e sane, più sicure dei loro mezzi, meno dipendenti dai grandi sistemi esterni che tendono invece a schiavizzarle: non è oramai lontano il tempo nel quale – per inderogabili esigenze di “sicurezza” – c’infileranno un chip sotto la pelle.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe storcere il naso e pensare “sono tutte fandonie e sogni: le inderogabili esigenze delle società avanzate…la globalizzazione, i trasporti, le necessità energetiche…”. Non si renderà nemmeno conto di recitare, a memoria, il suo atto di fede nei confronti dell’establishment. Bacerà la mano del padrone.
Peccato, perché la sola salvezza sarebbe proprio sganciarci da queste false credenze: il pianeta non ci sopporta più, e ce ne sta fornendo ampi segni sconvolgendo il clima. Non è una chimera un mondo dove la gente occupa il territorio, interagisce con esso e se lo gode – invece d’andare a scaricarci, a caro prezzo, le tensioni accumulate in mesi di stressante vita da schiavo – e, naturalmente, si rende conto di non avere chissà quali esigenze artatamente imposte. Sarebbe veramente la rovina: per i nostri padroni.

Carlo Bertani
www.carlobertani.it 16.08.07

Add comment August 16th, 2007

IL MESSAGGIO ALLA NAZIONE DEL “FURBETTO DEL MOTORINO”

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Ricorda straordinariamente la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi il messaggio alla nazione diffuso “a reti unificate”, TG1 e Canale5, da Valentino Rossi per captare la benevolenza del pubblico in merito alle pesantissime accuse di evasione fiscale per 60 milioni di €uro. Ma forse è perfino più interessante!

In una cassetta -senza alcun contraddittorio- un personaggio pubblico ha ottenuto un minuto e 42 secondi per dire la sua nei principali telegiornali. I direttori dei TG hanno ragione a dire che la cassetta era giornalisticamente significativa, hanno avuto torto nel mandarla in onda, almeno in versione integrale. Se Rossi vuol dire la sua, si faccia intervistare.

Raccontateci ancora la favola che la legge è uguale per tutti. Un corregionale di Valentino Rossi, Costantino Rozzi diceva: “C’è chi può e chi non può: io può”. E se domandassimo a Valentino Rossi -un trentenne che continua ad atteggiarsi da Peter Pan- perché si è permesso di fare una cosa che prima di lui aveva fatto solo Berlusconi, risponderebbe come Rozzi: “Io può”. Lui -incriminato per un reato gravissimo- può mandare una cassetta al TG1 o al TG5 per farsi assolvere dalla piazza televisiva. Gli italiani oramai, si sa, sono prima tifosi che cittadini e la maggior parte non ha neanche percepito la violenza insita nel messaggio di Rossi.

SCOPERTA SENSAZIONALE (Sic!) In Italia, sempre meno oligarchi hanno sempre più possibilità di difendersi ed essere assolti. O condannati ma uscire sostanzialmente assolti. Rossi, come Pavarotti in passato, come Berlusconi o Previti, sono degli oligarchi ed esercitano un potere alieno alla democrazia in questo caso contro il potere giudiziario, che non può difendersi allo stesso modo. Il termine oligarchi si usa solo per la Russia post-comunista. Ma allora, come definireste Valentino Rossi?

Le nostre classi dirigenti da anni usano i media per convincerci che il problema per il fisco in Italia, non sono gli alti redditi (gli stipendi faraonici, le liquidazioni da nababbi, i cachet miliardari, le ville e gli yacht) perché toccando le grandi fortune un ristretto numero di fortunati, non inciderebbero in alcun modo sulla fiscalità generale. Quindi da un lato non sarebbe giusto tassarli pesantemente e dall’altro sarebbe ininfluente perseguirne l’evasione. Il problema, ci viene detto continuamente, “è un altro”, è lo stato sprecone da tagliare, sono i pensionati che si ostinano a non crepare, i giovani precari che vorrebbero asili nido per farsi una famiglia. E poi, perché levare 1.000 € a uno quando è così facile levare un € a mille? Ebbene Valentino Rossi si incarica di smentire tante bugie così goebblesianamente ripetute dalle nostre classi dirigenti e di darci una chiave di lettura realista del problema. Infatti è proprio di ieri la notizia che la Finanza ha materialmente recuperato dall’inizio dell’anno 1.1 miliardi in più di evasione fiscale. Ebbene è evidente che questo ammontare di denaro (del quale siamo tutti contenti) è perfettamente confrontabile con quanto richiesto a Rossi, una multa da oltre 110 milioni. E allora scopriamo che anche un oligarca come Rossi non solo non sparisce, non è ininfluente, ma da solo vale il 10% di tutti i baristi che hanno scordato lo scontrino e i professionisti che non hanno emesso fattura.

In Italia ci sono cinque milioni di precari. Certo, i 60 milioni di evasione contestati all’oligarca Rossi potrebbero essere facilmente diluiti su di loro: un €uro al mese per un anno per cinque milioni di precari fanno giusto giusto i 60 milioni che permetterebbero a Peter Pan di stare con Campanellino sull’Isola che non c’è a fare brun-brun con la moto. Forse non se ne accorgerebbero neanche i precari se gli sottraessero un €uro, e forse la maggior parte di loro pagherebbe volentieri per vedere lo spensierato Rossi vincere una corsa. Forse molti precari non vedono nell’evasore Rossi il simbolo di un’ingiustizia da sanare, ma soltanto uno di loro che ha realizzato l’American dream neoliberale.

Forse. Ma per quanto riguarda i cittadini italiani, non è importante sapere se i commercialisti di Rossi abbiano trovato la gabola giusta per farla franca. Perché qui la questione non è se Rossi ha evaso o meno il fisco. Di sicuro ha guadagnato miliardi e non ha pagato nulla. La questione è se i suoi fiscalisti riusciranno a fargliela fare franca o no.

Io so che Rossi è italiano, ha sponsor italiani e deve la stragrande maggioranza della sua fortuna al pubblico italiano. Vuole farmi credere che sui soldi guadagnati in Italia come testimonial di Telecom Italia non debba pagare le tasse in Italia? Perché quello che è sicuro è che lui quei soldi non li ha versati a nessuno fisco, né italiano, né inglese, né di Paperopoli. Di Paperopoli ha parlato lui, nel testo che gli hanno scritto per avvalorale e indulgere al personaggio fanciullesco. Il testo del monologo è professionalmente ineccepibile -con tanto di primo piano alle mani- e non è un caso che Rossi metta sullo stesso piano la sua vita privata, la storia con una soubrette, la necessità di star tranquillo per poter vincere le corse, con l’evasione fiscale, facendo finta di non capire e cercando di fare in modo che il pubblico non capisca la gravità della situazione. MINIMIZZARE, ordinavano al Minculpop di fronte alle notizie sgradite.

Ma non dobbiamo più minimizzare. E’ al nostro ospedale, alla nostra scuola, alla nostra università, al nostro pronto soccorso che l’evasore fiscale Valentino Rossi sta rubando milioni di €uro. Sono i nostri pompieri che non hanno i soldi per spegnere gli incendi, i nostri magistrati che devono portarsi da casa la cancelleria, la nostra Polizia stradale che non ha la benzina per pattugliare le strade. Rossi si è salvato, se n’è andato a Londra e ci prende pure in giro. Che abbia frodato il fisco e sia alla fine condannato a pagare, oppure abbia solo fregato il fisco, e allora ne esca immacolato, la sostanza è la stessa: si è messo al di fuori di questa comunità. Per me che a Londra ci resti, tra pirati e profittatori. In Italia il suo posto è la galera.

Gennaro Carotenuto
Fonte: www.gennarocarotenuto.it

Tratto da comeDonChisciotte.org

Add comment August 16th, 2007

LE MELE MARCIE

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Certo che c’è da sbudellarsi dalle risate, nel leggere la cronaca italiana di questi tempi. Leggo ora che Francesca Zenobi detta Pocahontas (un attimo che mi riprendo dalle risate) - la squillo con tanto di quinta rifatta che quasi ci ha rimesso la pelle in una serata infuocata a base di sesso e droga (e con tanto di amica russa) con l’Onorevole (!) Cosimo Mele - si considera “religiosa” ed afferma che ora ne ha “bisogno più di prima, Dio alla fine salva sempre le persone come me”. Evidentemente tra “religiosi” ci si intende: anche Mele, guarda caso deputato dell’UDC (quelli della Famiglia Cristiana, appunto) aveva in alta considerazione i valori religiosi nel nome dei quali lotta politicamente. Tant’è vero che ha risposto ad un cronista de La Stampa con la seguente domanda retorica: “Certo che mi riconosco nei valori cristiani ma che c’entrano questi con l’andare con una prostituta? E’ una faccenda personale”.

Nel caso di Pocahontas (sic), le sembianze di Dio sono abbastanza definite. Misteri della Fede. Per dimostrarlo, sgrana il rosario in un’intervista al Corriere: “Lucignolo, su Italia 1, era già tutto deciso, qualcuno li ha bloccati. E La7, credo per Markette. E Sky, ci vado la settimana prossima. Poi c’è il sogno: l’Isola dei Famosi con la Ventura, oppure il Grande Fratello, chi non ci andrebbe”.

Poi fa l’elenco dei Profeti di Nuovo e Vecchio Testamento: “So che si è fatto vivo anche Corona. Lele Mora lo conosco per vie traverse, magari mi prendesse”, “Silvio Berlusconi tutta la vita. Ma non credo che ci verrebbe. Perché è vincente, quello che tocca diventa oro. Fini mi piace, ha classe, cultura. E D’Alema, è intelligente e furbo, sexy no. Se potessi togliermi lo sfizio però mi prenderei Casini, bello è bello, che gli vuoi dire. Ho qui una sua foto in costume”. Pura poesia, non c’è Testo biblico che tenga. Quel “Prenderei Casini” - immagino in senso biblico appunto - ha una tale forza evocativa che l’intero capitolo della Genesi, Mele proibite incluse, svanisce.

E cosi, nella prossima stagione televisiva, sappiamo già che saremo costretti a sorbirci l’ennesima squillo con il seno rifatto. Almeno quella sappiamo che mestiere fa effettivamente, e come ci è arrivata in Televisione. Una sincerità disarmante che mette a nudo questa società e i veri valori su cui si regge: “Mi sono trovata nel posto sbagliato con la persona sbagliata. Se adesso me ne viene qualcosa di buono me lo prendo, sarei un’idiota se non ne approfittassi”. Il cronista che la intervista le dà praticamente ragione: “Fabrizio Corona dopo il carcere macina più soldi di prima, l’ex banchiere Gianpiero Fiorani fa il vitellone in Sardegna“. Già: sembra che il carcere -e magari qualche condanna, en passant - sia un must per far carriera. Non si capisce perché gli unici a rimetterci siano i musulmani che finiscono in galera per terrorismo. Forse perché dopo vengono assolti, e per questo subito dopo espulsi. Non gli danno manco il tempo di fare un’intervistina, un book fotografico, qualche autografo…

Ho sempre avuto il sospetto che gli spacciatori extracomunitari smerciassero roba scadente, e che proprio per questo tutti se la prendessero con loro. E infatti Pocahontas ci spiega che invece “I politici portano roba forte, dinamite”. Avete capito? I furbacchioni si tengono la roba buona per loro: un altro privilegio! Gli ingenui invece sono pure convinti che Mele si sia dimesso. Dimesso? Macché! Come dice Pocahontas (sic): “lui ha ancora il suo lavoro strapagato ed è tornato a casa dalla moglie”. E infatti ora l’Onorevole, dopo essere passato al gruppo Misto, si difende a spada tratta: “Pagavo 220 euro a notte (per l’albergo, ndr), se ricordo bene. Duecentoventi euro, per chi conosce Roma e i suoi prezzi, non sono un’enormità. E poi, guardate, non devo mica sentirmi in colpa se faccio una vita a quattro o cinque stelle: perché io lavoro tanto, mi faccio un culo così… ». E chi ha mai pensato di metterlo in dubbio? Che l’Onorevole fosse abituato a “farsi culi cosi” - e anche qualcosina di più -per il suo elettorato è ormai fuori discussione.

E meno male che hanno pure tentato di trasformare questa farsa nell’ennesimo privilegio: “un contributo per il ricongiungimento famigiliare”, addirittura. Fortunatamente, la Mamma dell’Onorevole ci rassicura, e tranquillizza chi vede nello scandalo che l’ha travolto la fine della sua carriera politica: “Il futuro non ci spaventa. Se pure Cosimo dovesse chiudere con la politica, lui un lavoro ce l’ha. Il fratello Carlo ha una ditta di calcestruzzi, potrà dare una mano a lui. E poi la volete proprio sapere una cosa? Se lascia la politica, mi fa un favore. Quel mondo non mi piace”. Già. Ma il vitalizio continueremo a pagarglielo lo stesso. E con i vitalizi che c’hanno, gli Onorevoli (!), il lavoro è un optional. E poi perché non si ricicla in Tv? Il Fisco ha scoperto solo ora che Valentino Rossi ha evaso le tasse per 60 milioni di euro. Due milioni di qua, tre milioni di là, e per fare cosa? Spot pubblicitari fra una squillo e l’altra. Già: anche lui rischia di rimetterci la pelle. Strano paese, l’Italia. La Casta mena i cittadini per il naso, e tutti annuiscono felici e contenti. E poi si fanno in quattro per denunciare la corruzione e le dittatture in paesi che distano migliaia di chilometri. O per discettare della morale religiosa altrui. E guardare le Mele marce, in casa? No, eh?

Sherif El Sebaie
Fonte: http://salamelik.blogspot.com/
Link: http://salamelik.blogspot.com/2007/08/le-mele-marce.html

Add comment August 14th, 2007

LA MATRICE DIVINA: GREGG BRADEN - PART 3

Esposti di Gregg Braden sul concetto di una Matrice Divina, quale definisce come un ponte fra il mondo interno e quello esterno, e uno specchio dell’essenza quantica. Descrivendo in seguito la matrice, cita il fisico Max Planck il quale scrisse su una forma non-convenzionale di energia dalla quale tutte le cose fisiche sono generate. Questa Matrice o campo non e` qualcosa che e` “fuori di qui”, spiega Braden, ma e` proprio quella sostanza che ci tiene insieme, che ci forma. L’universo puo` essere visto come un massivo compiuter, con la nostra coscienza operante come il sistema operativo e le nostre emozioni/sentimenti come software. Ognuno di noi crea un sentimento nel suo cuore, e come una preghiera, puo` avere un effetto diretto sul planeta. La preghiera puo` essere maggiormente effettiva se il desiderato risultato e` percepito come fosse gia` accaduto, spiegando che questo da` al campo qualcosa con cui lavorare.

Per chi non usasse il navigatore di rete firefox mozilla, qui il link.

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