Archive for March, 2007

I MILIARDARI

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I miliardari le persone con più di un miliardo di dollari a disposizione, pari a 1340 miliardi di vecchie lire sono aumentati nel mondo.
Nel 2006 erano 793; oggi sono 946.
Più di metà di questi fortunati, ossia 523, abitano in soli tre paesi: 415 sono americani, 55 tedeschi, 53 sono russi.
Ma la globalizzazione ha prodotto miliardari anche in Asia, e precisamente nei paesi dove la povertà estrema è più diffusa.
LIndia ha il maggior numero di miliardari asiatici: sono 36, e ciascuno di loro dispone di oltre 5 miliardi di dollari, equivalenti a 3,8 miliardi di euro.
La Cina ha venti miliardari, ciascuno con 1,4 miliardi di dollari, un miliardo di euro, duemila miliardi di vecchie lire.

Può sembrare poco, ma si pensi che quei venti hanno fatto il loro primo miliardo in meno di dieci anni.
Nel complesso, la ricchezza di questo migliaio di super-ricchi è aumentata, nel solo ultimo anno, di un fantastico 35%.
Tutti insieme, i 946 uomini doro possiedono 3500 miliardi di dollari: ossia molto di più del prodotto interno lordo della Germania (2990 miliardi di dolari), la terza potenza economica del pianeta.
Di fatto loro, un centomilionesimo della popolazione globale, possiedono più ricchezze dei 3 miliardi di uomini meno fortunati.
Fra i nuovi super-ricchi, i più giovani e i più rapidamente arricchitisi sono quelli russi.
Due su tre di loro hanno cominciato ad accumulare i loro astronomici patrimoni sui ventanni detà.
Tutti, ovviamente, durante il periodo delle «liberalizzazioni» di Eltsin, quando la Russia passò dalleconomia sovietica a quella, diciamo così, di mercato.

Quei ventenni erano quasi tutti agenti del Kgb, piccoli funzionari di stato o semplicemente esponenti della mafia russo-ebraica, e seppero approfittare delle grandi privatizzazioni indette da Eltsin, acquistando fabbriche, miniere, infrastrutture pubbliche a prezzi fallimentari.
Senza alcuna eccezione, questi giovani leoni («oligarchi», in Russia) hanno acquisito i loro patrimoni con accaparramenti, manipolazioni illegali di azioni, e metodi gangsteristici, non escluso il furto e lassassinio.
Un numero incalcolabile di vecchiette, povere pensionate, che abitavano appartamenti popolari di stato a Mosca sono state fatte fuori fisicamente per costituire imperi immobiliari dal nulla.
Si ritiene che abbiano spogliato la Russia di oltre mille miliardi di dollari in miniere di carbone e petrolio, di ferro e metalli vari, in giacimenti petroliferi, in reti di trasporto e in industrie tutte prima proprietà di stato.
Boris Eltsin fu convinto, da economisti ultraliberisti di Harvard e di Chicago, a svendere le parti delleconomia pubblica, che quegli esperti sostenevano essere «non competitive»: non davano profitto, spiegarono, perché gestite secondo il sistema socialista, inefficiente.
Non doveva essere del tutto vero, visto che in un decennio quei ventenni hanno accumulato una enorme liquidità.
E non lhanno fatto innovando e rendendo efficienti le aziende di stato, cercando per i prodotti nuovi mercati, rinnovando gli impianti e razionalizzando la produzione.
Molto semplicemente, erano quelli che avevano i capitali necessari per accaparrarsi a prezzi stracciati i beni pubblici messi allincanto, e i mezzi per intimidire i concorrenti alle aste, fossero veri imprenditori o ex caporioni di PCUS.
Sia i capitali sia i mezzi dintimidazione venivano dal passato «lavoro» degli oligarchi nella mafia.

In qualche caso, i capitali sono stati forniti loro dallestero: Mikhail Khodorkovski, per esempio, si dice abbia acquistato lintero patrimonio petrolifero sovietico (da lui privatizzato e ribattezzato «Yukos») con 250 milioni di dollari prestatigli dai Rotschild di Londra.
La Yukos valeva, a valori di mercato, 19 miliardi di dollari.
Questi «imprenditori» non hanno migliorato affatto leconomia: anzi, nel decennio dellaccaparramento, i russi qualunque hanno sofferto un crollo del loro livello di vita pari all80 per cento.
In America Latina, la nascita di nuovi milionari deriva da cause analoghe: le privatizzazioni dei servizi pubblici, nel quadro dellapertura al «mercato libero» imposte del Fondo Monetario.
La maggior parte dei nuovi miliardari sono infatti in Messico e in Brasile, i due paesi che si sono spinti più oltre nella privatizzazione dei più profittevoli, efficienti e grossi monopoli pubblici.
Su 38 miliardari in dollari sudamericani, 30 sono brasiliani o messicani, che possiedono complessivamente valori per 120 miliardi di dollari.
La ricchezza di quei 38 supera quella detenuta dal resto dei 250 milioni di latino-americani.
I quali, nel frattempo, hanno visto peggiorare le loro condizioni di vita.
La nascita dei miliardari in Sud-America infatti coincide con ladozione in quei paesi di misure liberiste quali: labolizione del salario minimo garantito, il rincaro dei servizi pubblici essenziali (scuole, sanità, trasporti, in genere privatizzati), la cancellazione di sussidi su generi di prima necessità, come il pane.
Metà dei miliardari messicani hanno ereditato la loro fortuna, e lhanno aumentata grazie alle liberalizzazioni; unaltra metà grazie alla loro vicinanza agli ambienti di potere, che li hanno messi in buona posizione per comprare le grandi imprese pubbliche per poco, e venderle per molto alle multinazionali Usa.

Anche il 40 per cento dei miliardari brasiliani erano già ricchi di famiglia. E quelli che si sono «fatti da sé» sono ben rappresentati dalla famiglia Safra, un nome noto nella finanza ebraica, che semplicemente ha lucrato dalla privatizzazione del settore finanziario in Brasile e poi si è allargato nel settore siderurgico: oggi i signori Jospeh e Moise Safra brasiliani hanno un patrimonio di quasi 9 miliardi di dollari.

Maurizio Blondet

Tratto da effedieffe.com

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“VIVERE SENZA FRIGORIFERO”

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Addio al frigorifero. Basta con la schiavitù all’elettrodomestico più ingombrante delle nostre case.

Il frigorifero? Non serve più

La nuova sfida «ecologica» arriva da Cremona. A lanciare l’associazione Frigo Free Family è Guido Vaudetto, volto noto della rete di Lilliput.
E Caterpillar, la trasmissione di Radio2 ha ripreso la notizia.

«Non viviamo in Alaska, ma a Cremona e il frigo arreda la nostra comunissima cucina. Sei anni fa un amico ci raccontava che durante i mesi freddi teneva spento il frigorifero. Poi per comodità, dovevamo stare a casa una settimana tra un giro di ferie ed un altro, ma prima di partire avevamo approfittato per sbrinarlo e lasciarlo spento, così anche se in piena estate, abbiamo provato a vivere una settimana senza frigo. Non siamo morti. Dal ritorno dalle ferie sono passati 4 anni e mezzo e il frigo è ancora spento. Non nascondiamo alcuni screzi iniziali ma con qualche taratura sui cibi, sugli acquisti, sulle abitudini alimentari e di cottura oggi non finiamo di stupirci della sua inutilità», spiega Vaudetto. Risultato? Drastica riduzione dei consumi elettrici (da circa 3 Kilowattora al giorno a 0,7 Kilowattora, forse non lo sbrinavamo con sufficiente regolarità e non era di classe comunque succhiava un mucchio di energia), risparmio economico, nessun investimento. Ma il risultato migliore è nella qualità dei cibi che si conservano meglio senza grossi sbalzi di temperatura e a temperatura ambiente sono molto più saporiti.

Molte famiglie bilanciste si sono unite in questa sperimentazione con ottimi risultati. «A chi ci chiedeva» spiega Vaudetto, «una via di mezzo (per esempio per autoprodursi il gelato in casa) avevamo dato queste indicazioni: produrre/ comprare prodotti deperibili e mangiarli subito.

Accendere il frigo quei 3- 6 giorni all’anno in cui si mangia il gelato. Utilizzare frigo più piccoli solo per il gelato. Mettere il frigo in comune. Mettere il frigo in comune nel condominio in un’area comune ». Un frigo potrebbe bastare per almeno 4 e forse più famiglie.

Marco Deriu sostiene che l’indipendenza è uno dei falsi “valori” occidentali. Spegnere il frigo può essere un modo per creare maggior interdipendenza con chi ci sta attorno. «Altre famiglie hanno messo in comune lavatrice, forno. Bisognerebbe cominciare a provare.

Solo da un punto di vista costruttivo si ridurrebbe di almeno il 75% la produzione di questi elementi. Poi utilizzati da più persone (pensiamo al forno) si possono avere migliori rendimenti, e minori costi di manutenzione e miglior durata», conclude Vaudetto.

Fonte:www.cremonaweb.it

Tratto da promiseland.it

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PRECARIETA`: TANTO (ANCHE SE NON TI PAGO) LAVORI LO STESSO

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Sul suo sito Piero racconta la fine della sua collaborazione con Beppe Grillo. Il sito del comico genovese è una forza della natura da centinaia di migliaia di visitatori unici al giorno. Ne ignoro il fatturato, ma stiamo parlando di decine o forse anche centinaia di migliaia di Euro l’anno. Per capirci è al numero 20 della classifica mondiale di Technorati, nell’ultimo anno è stato citato 15.000 volte (questo sito appena da 600, ma ieri abbiamo avuto la bellezza di 2441 visite!) ed è il terzo blog al mondo non in lingua inglese. Beppe Grillo è il grande censore del sistema Italia, qualcuno lo considera perfino la coscienza critica di questo paese.

Nonostante ciò, per farla breve, i dettagli sono nel sito, Ricca si era accordato con l’amministratore di Grillo per un compenso di 200 Euro netti a intervista. Il minimo dignitoso. Ha lavorato, è stato riempito di complimenti e pacche sulle spalle, ma i soldi non li ha mai visti. Le motivazioni (scandalose, repellenti, ma gelidamente razionali) che l’amministratore di Grillo (informato e consenziente) adduce al mancato pagamento, sono che Ricca tanto quelle cose le avrebbe fatte lo stesso. Magari pagherebbe pure per farle. E che il compenso per lui più grande è la possibilità di lavorare con Grillo. E gli ha fatto pure notare di star dando un calcio alle magnifiche sorti e progressive che tale opportunità gli apre in un imminente (?) domani. Insomma chi è causa del suo mal… tutto colpa della venalità del lavoratore in questione.

Piero Ricca è un pezzo sostituibile dell’ingranaggio, ha fatto il suo, ha avanzato pretese (essere pagato un minimo dignitoso), avanti un altro. Chissà quanti sono disposti a tutto per un link con Beppe Grillo da inserire nel curriculum. Del resto il mondo del lavoro è così, che pretendi? E allora forse hanno ragione i miei migliori laureati, quelli bravi, con 110 e lode, che a 25-26 anni saprebbero dirigere una testata e invece si imbarcano in Master, specializzazioni, e bramano dottorati senza borsa pur di non sbattersi al desk a non imparare nulla a 5 Euro al pezzo nei festivi. Cerco di convincerli che sono strapreparati per navigare in mare aperto, ma proprio per quello, per evitare di essere pagati 5 Euro a pezzo da un quotidiano locale preferiscono, se poco poco i genitori non li cacciano di casa a continuare a studiare e rinviare la vita, che non comincia mai. Sbagliano, ma come dar loro torto?

Sbagliano, ma hanno a che fare con padroni delle ferriere ai quali il sistema (quello neoliberale, non la camorra) viene benissimo. In giro ci sono decine di migliaia di giovani eccellenti ai quali si chiede di svolgere compiti inferiori alla loro preparazione, perché ci si guarda bene dal dar loro responsabilità. Questo mercato al ribasso li costringe a competere con altre centinaia di migliaia di giovani meno bravi, meno preparati, ma altrettanto titolati (le lauree triennali… avanti dotto’!). E proprio il liberismo, che a parole doveva esaltare la competizione verso l’alto, a migliorarsi, fa l’esatto contrario. La competizione è al “massimo ribasso”, non importa la qualità, ma solo il costare poco e pretendere poco. Chi è meno bravo, meno qualificato, è carne da cannone che serve a stritolare nello stesso meccanismo anche chi è più bravo. Avanti un altro!

Davvero Beppe Grillo non poteva pagare a Ricca quanto pattuito? Quello che è sicuro è che Grillo può fare a meno di Ricca. Avanti un altro!

L’episodio di Piero Ricca mi ha fatto ripensare ad un altro episodio accaduto lo scorso ottobre alla FAO, per l’Incontro Mondiale di Intellettuali ed Artisti in difesa dell’Umanità. Per il fatto che si era a Roma, e per opportunità mediatica, al contrario dei 5-6 italiani (tra i quali il sottoscritto) normalmente coinvolti e che partecipano in genere agli incontri mondiali, il numero degli italiani, per l’appuntamento romano, crebbe fino oltre la trentina. I nuovi arrivati erano in gran parte comunicatori, di discreta o ottima fama, tutti rigorosamente di sinistra.

Carmen Lira è un’amica, ed è la direttrice de La Jornada di città del Messico, giornale per il quale è per me un onore scrivere e che, con le sue oltre 200.000 copie vendute, è il più venduto quotidiano ‘di sinistra’ al mondo. Quando ha avuto la parola, dalla tribuna Carmen ha fatto un discorso bellissimo e molto alto. Il succo era che i media di sinistra devono organizzarsi per retribuire il lavoro, soprattutto devono pagare i giovani, quei giovani che muovono il culo, consumano scarpe e a volte rischiano la pelle, quei giovani che sanno fare le belle pagine web delle quali lei affermò di intuire solamente le possibilità e l’indispensabilità.

Ero seduto al tavolo della presidenza, giusto a fianco di Carmen, e approvavo di cuore. Ma, contemporaneamente, mi rendevo conto che Carmen aveva toccato un nervo scoperto. Nella sala, più d’uno dei grandi (o presunti tali) comunicatori italiani invitati (per quella volta), sbuffavano e dissentivano. A un certo punto uno di loro -mi riservo i nomi per carità di patria- ha ostentatamente buttato le cuffie della traduzione simultanea, si è alzato ed è andato fuori furente, sbattendo ostentatamente la porta, tra lo stupore di decine di ospiti stranieri che consideravano la relazione di Carmen come opportuna e magistrale. Come si permette -sembravano fermentare i capannelli nella pausa caffé- questa india messicana di venire a farci la lezione a noi? Non lo sa che se paghiamo i redattori, poi per direttori e vice non resta nulla? Se ci mettiamo a pagare i collaboratori, poi sul mercato come ci stiamo? Siamo in Italia, mica in Messico!

Penso al sistema universitario italiano che mi dà lavoro. Penso alla trafila costrittiva della precarietà, che per chi scrive si è conclusa, me alla quale restano intrappolati 50-60.000 amici, fratelli, colleghi, che non fanno nulla di diverso da quello che faccio io (che sono l’ultima ruota del carro, ma almeno sul carro ci sto).

Penso a corsi universitari interi (40-60 ore di lezione, ricevimenti, esami, tesi eccetera…) pagati 600 Euro in totale. Avviene soprattutto nelle sedi più grandi che possono scegliere tra più persone. E’ l’economia, stupido, direbbe Bill Clinton. Penso a compensi solo apparentemente dignitosi, trasformati in scandalosi perché quello indicato sul contratto è il ‘lordissimo’, che poi divenda lordo e per quando diventa netto si è più che dimezzato e divenuto infimo. Un privato andrebbe in galera, e invece nel pubblico è tutto regolare. Tanto nessuno denuncerà mai nulla, se vogliono avere una speranza di entrare. Prostituitevi o avanti un altro! C’è la fila e del resto è vero che soldi non ce ne sono. Ma chi accetterà non è detto che sia il migliore, e sicuramente non è motivato a dare il meglio di sé. Anzi.

Lavoreranno in silenzio, come automi, neanche fosse Metropolis di Fritz Lang. E come automi gli si spegnerà l’intelletto. Brutta storia se fai l’intellettuale col cervello spento. Ovviamente passo a passo i migliori, quelli che devono pagare le bollette, una volta spremuti si sfileranno, emigreranno, preferiranno un call center. Il gioco è scoperto. Tutto serve perché la selezione avvenga per censo, per classe sociale. Figli di professionisti, figli di docenti universitari, disposti a mantenerli fino ai 40 anni. E quelli che sopravvivono non sono certo i migliori, che in quanto tali possono essere scomodi e critici, ma i più integrati ed integrabili alla perpetuazione del sistema. Le vecchie tare sono funzionali ai nuovi guasti liberalizzatori. Il gatto e la volpe.

E’ tutto freddamente calcolato. Conosco redattrici di settimanali di sinistra che al sesto mese di lavoro a tempo pieno si sono viste dare un assegno di 300 Euro e hanno dovuto contare fino a dieci prima di decidere se ringraziare o strapparlo in faccia al direttore. Conosco meravigliosi scienziati ultraquarantenni rottamati dal sistema al quale hanno già dato quello che al sistema serviva.

E’ tutto freddamente calcolato. Diamo il minimo, e promettiamo qualcosa senza comprometterci. Promettiamo un sogno. In genere si accetterà, nella piena logica della legge 30, quella per la quale meglio un brutto lavoro e malpagato che la disoccupazione. Meglio questo che niente, oppure avanti un altro. E la vita vera non comincia mai.

Gennaro Carotenuto
www.gennarocarotenuto.it

articoli correlati: Una vita a interim

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IL GRANDE FRATELLO IN MONDOVISIONE

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Il Department of Homeland Security degli Stati Uniti è pronto a varare entro il prossimo anno il programmone di controllo globale ADVISE (Analysis, Dissemination, Visualization, Insight and Semantic Enhancement).
Il principio è che ogni azione di una persona lascia delle tracce che possono poi essere elaborate con formule matematiche. ADVISE si basa su un algoritmo capace di elaborare e combinare matematicamente tutte le “tracce” che una persona lascia nelle sue azioni: attività finanziarie, spese, spostamenti, abbonamenti, comunicazioni, contatti telefonici, navigazione internet ed altro ancora.

Lo svela il Washington Post[1] che spiega come l’obiettivo dichiarato del progetto…

…sia scovare eventuali terroristi pescando a caso nella massa.

Sono anni che vengono portati avanti progetti simili.

Nel 2002 il Pentagono diede il via al terribile Total Information Awareness, un sistemone capace di catturare dati in transito su pressoché qualsiasi mezzo digitale con il coinvolgimento diretto non solo dei servizi di intelligence ma anche della polizia federale.

Carte di credito, biglietti aerei, prenotazioni hotel, telefonate con telefoni fissi e cellulari, fax, comunicazioni internet, spese personali: un controllo totale utilizzando non solo i network militari e di polizia ma, naturalmente, anche quelli industriali, commerciali e privati.

Il progetto, dopo le ovvie, grandissime proteste, venne “ufficialmente” sospeso dal Congresso nel 2003 ma in realtà andò avanti tranquillamente tanto che nel 2005 Bush fu costretto ad ammettere pubblicamente di aver autorizzato segretamente nel 2001 la National Security Agency (NSA) a tenere sotto controllo le comunicazioni di migliaia di individui. Per “salvare la vita a molti americani dopo la tragedia dell’11 settembre”, ovvio.

Il vero grande obiettivo delle nuove estensioni del controllo globale è il mezzo maggiormente libero e ricco di informazioni: internet.

Nel giugno scorso in un’inchiesta[2] il New Scientist mise insieme un paio di rapporti presentati da funzionari del Dipartimento di Stato e di società vicine alla NSA. Il risultato è impressionante.

“L’NSA - spiegava il New Scientist - sta perseguendo i suoi progetti volti ad intercettare il web, dal momento che i dati delle telecomunicazioni hanno un raggio limitato. Possono essere usati solo per costruire un’immagine essenziale della rete di contatti sociali di un individuo, un processo definito talvolta come unire i punti. Insiemi di persone in gruppi fortemente connessi tra loro diventano palesi, così come persone con poche connessioni che possono apparire come intermediari tra questi insiemi. L’idea è verificare quanti gradi separino una persona, ad esempio, dai membri di una organizzazione ritenuta criminale”.

E’ elementare intuire come questa logica, se proprio vogliamo scendere a discutere del pretesto addotto, sia pura follia, basti pensare alla teoria dei 6 gradi di separazione[3].

E’ altrettanto chiaro come sia ancora più facile, con il neonato ADVISE e tutti questi dati personali a disposizione, trasformare chiunque in un terrorista.

Nel resto del mondo, i governi non stanno certo a guardare. Oltre alla nota Inghilterra orwelliana (dove addirittura Blair è stato polemicamente invitato ad imitare la Cina, definita meno totalitaria del Regno Unito: “La pratica di prendere le impronte nelle scuole è stata bandita in Cina perché troppo intrusiva e perché considerata una violazione dei diritti dei ragazzi, mentre qui da noi è oltremodo diffusa”, ha dichiarato la baronessa Joan Walmsley, portavoce dei Liberali Democratici, in un’audizione alla House of Lords[4]), il governo della Svezia lo scorso 8 marzo ha presentato un progetto di legge grazie al quale l’intelligence svedese avrà il potere di controllare tutte le telefonate via cellulare e tutte le e-mail, in entrata e in uscita dal Paese.[5] Dunque il controllo riguarderà non solo i cittadini svedesi, ma anche i cittadini stranieri che fanno telefonate o spediscono e-mail dirette in Svezia.

In Cina, ennesima mossa in tal senso, il governo ha aggiunto alla lista dei siti non graditi e filtrati tutto livejournal.com, un noto servizio gratuito di blog.[6]

In Francia il Consiglio Costituzionale ha dato il via libera ad una proposta di legge sul controllo dell’informazione che prevede, tra l’altro, che solo i professionisti potranno riprendere immagini e video di atti di violenza. Tutti gli altri rischieranno la prigione.[7] Come non ricordare, a tal proposito, la vicenda di Josh Wolf.[8]

E l’Italia? Non vorremmo mica essere da meno?
E’ recentemente emerso che l’Italia ha il record di richieste di monitoraggio ed intercettazioni telefoniche e di email: ben 439.000 le azioni in tal senso di governo e servizi italiani in un periodo di 15 mesi tra 2005 e 2006.[9]

Marco M

Tratto da luogocomune.net

Note:

[1] http://urlin.it/c896 e http://infowars.net/articles/march2007/080307TIA.htm
[2] http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1526853
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Sei_gradi_di_separazione_(sociologia)
[4] http://www.theregister.co.uk/2007/03/20/chinese_lords/
[5] http://www.usatoday.com/news/world/2007-03-08-swedenemail_N.htm
[6] http://www.boingboing.net/2007/03/06/china_blocks_livejou.html
[7] http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1915998&r=PI
[8] http://luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=1698
[9] http://www.theregister.co.uk/2007/03/07/wiretap_trends_ss8/

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POTERE AI PICCOLI

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La GlaxoSmithKline ’sconfitta’ da due ragazzine: svelarono pubblicità ingannevole nella bibita ‘Ribena’

Niente vitamina C. Non ci credevano, le due ragazzine neozelandesi appassionate di scienze, che la loro bevanda preferita al succo di ribes, chiamata Ribena, contenesse quattro volte la vitamina C contenuta nelle arance. Eppure, così recitava la pubblicità: sette milligrammi di vitamina C ogni cento millilitri di bevanda. Color viola acceso, sanguigna, la bibita prodotta dalla multinazionale GlaxoSmithKline è una delle più apprezzate e salutari bevande per milioni di bambini e adolescenti in 22 Paesi del mondo. Così era, e tuttora è, anche per Anna Devathasan e Jenny Suo, due studentesse quattordicenni del Pakuranga college di Auckland, che nel 2004, durante un esperimento di scienze, chiesero al loro professore di analizzare la composizione del succo di ribes. “Vediamo se la pubblicità racconta il vero”. Dopo il test, la sopresa: di vitamina C neanche l’ombra, o meglio, solo ‘qualche traccia, appena rilevabile’.

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Altri passi falsi. Ribena è un marchio famoso e assai diffuso, di proprietà di una delle più grandi case farmaceutico-sanitarie del mondo, la GlaxoSmithKline. Prodotto sin dagli anni ‘30, quando fu lanciato in Gran Bretagna come dieta sostitutiva delle arance, ottenne da subito un grande successo. Il saporito succo a base di Ribes Nigrum non ha, agli occhi dei nutrizionisti, la pessima fama di bevande gassate o iperzuccherine come la Coca-Cola, ma non per questo è stato esente da critiche, nella sua lunga carriera. Nel 2001, la campagna per una variante del prodotto, ‘Ribena Toothkind’ (’amico dei denti’), fu bandita dall’Alta corte britannica perché definita ‘fuorviante’: si vantavano proprietà anti-carie della bevanda grazie alla sua formula arricchita di calcio. Nel gennaio di quest’anno, uno studio dell’associazione di consumatori australiana rivelò che l’estratto del frutto di bosco ammontava solo al 5 per cento del totale. Ma la vera stangata doveva ancora arrivare.

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Pubblicità ingannevole. Dopo il test, le due ragazzine di Auckland, sorprese e deluse, pensarono dapprima di essersi sbagliate, poi, condotta una nuova analisi che confermò il risultato, decisero di scrivere ai produttori della Ribena. Nessuna risposta. Allora telefonarono, ma furono liquidate con una scusa. “Non ci prendono sul serio perchè siamo piccole”, protestarono Anna e Jenni. Della questione furono investite la Competition and Consumer Commission australiana e la Commerce Commission, l’equivalente del nostro Garante, che portò il caso di fronte alla corte di Auckland. Qualche giorno fa, la GlaxoSmithKline è stata riconosciuta colpevole di pubblicità ingannevole, costretta al pagamento di una multa di 115 mila euro e alla pubblicazione sui giornali neozelandesi di una rettifica che emendasse la rèclame mendace. All’uscita della Corte alle ragazzine, ormai diciassettenni, è stato chiesto se fossero soddisfatte di come la vicenda si è conclusa: “Mica tanto - hanno risposto -. Sono una multinazionale multimiliardiaria. La multa non gli ha nemmeno intaccato gli spiccioli nel portafogli”.

Luca Galassi

Tratto da peacereporter.net

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