Archive for February, 2007

La rivista erotica Usa pubblica uno speciale sull’Iraq.
Se le elezioni di medio termine, con un trionfo dei Democratici, avevano reso al di là di ogni ragionevole dubbio l’idea che la società civile statunitense ha scoperto il bluff di George W. Bush sulla guerra in Iraq, la pubblicazione su Playboy di uno speciale, di 10 pagine, sulla sindrome da stress post-traumatica dei militari in Iraq è la conferma definitiva: gli statunitensi non ne possono più.
Servizio choc. Che la rivista patinata per eccellenza, che ha sempre avuto la sua ragion d’essere nel regalare alla classe media a stelle e strisce un momento di relax e di sogno, un momento nel quale ogni operaio, ogni impiegato, ogni commesso degli Stati Uniti d’America poteva immaginare di avere le più belle donne del mondo, in abiti succinti nelle case più lussuose del Paese. Una rivista che, per certi versi, finiva per essere il simbolo stesso dell’american way of life, dove tutti, ma proprio tutti, potevano farcela se avevano i numeri, come il magnate di Playboy, Hugh Hefner detto ‘Hef’, l’uomo che da solo e senza un soldo aveva messo su un impero e aveva passato la vita in una villa faraonica circondato dalle ‘’conigliette’’ del suo harem.

Un amaro risveglio. Proprio per questo lo speciale sull’Iraq è una bomba, perché porta l’orrore quotidiano dello stillicidio in Iraq, dove hanno perso la vita già 3155 giovani statunitensi, nelle case della classe media Usa. Non quella politicizzata, che magari non legge Playboy, ma nell’America delle sale d’attesa dei Grayhound (i mitici bus che attraversano gli Usa), dai barbieri, delle mangiate da Macdonald e così via. Offrendo agli uomini che il sabato accompagnano i figli alla partita di baseball uno spunto di riflessione e di dibattito: “Ehi Joe, l’hai letto l’articolo su Playboy?”. Un articolo duro, ricco di testimonianze, con una raccolta di storie di giovani statunitensi che, pur portando a casa la pelle dal pantano iracheno, hanno finito lo stesso la loro vita. Hanno perso gambe, braccia, occhi e quant’altro, finendo confinati in qualche ospedale federale, nascosti all’opinione pubblica come una vergogna, ma celebrati in loro assenza come eroi nazionali. Questo penseranno Joe e i suoi amici che, come ogni mese, sono andati in edicola a comprare il loro piccolo pezzo di ‘sogno americano’, e si sono trovati sprofondati in una palude della Mesopotamia, dove anche la classe media Usa, quella che come Hef può tutto, non riesce più a cavarsela.
Fonte: peacereporter.it
February 28th, 2007

Le piogge acide stanno sciogliendo il Buddha di pietra più grande del mondo.
E’ il Buddha di pietra più grande del mondo: è alto 71 metri, da seduto. Quasi il doppio rispetto ai Buddha giganti di Bamiyan, in Afghanistan, quelli distrutti dai talebani. Parliamo del magnifico Buddha gigante di Leshan, in Cina: una meraviglia – patrimonio dell’umanità riconosciuto dall’Unesco – che ha resistito all’erosione della natura e alla furia dell’uomo per 1.300 anni, ma che ora si sta disfacendo a causa dell’inquinamento.

Opera di fede o d’ingegneria idrica? Era il 713 dell’era cristiana quando, nella provincia centrale dello Sichuan, il monaco Haitong decise di costruire una grande statua del Buddha alla confluenza dei tre fiumi Minjiang, Dadu e Qingyi, allo scopo di proteggere le imbarcazioni che qui spesso affondavano a causa delle turbolenti correnti. Novanta cinque anni dopo, il serafico sguardo di un enorme Buddha seduto scavato nella roccia, vegliava sulle barche che solcavano le acque del bacino ai suoi piedi, divenute miracolosamente placide. L’enorme quantità di detriti risultati dalla costruzione avevano modificato le correnti, rendendo sicura la navigazione. Che Haitong fosse un ingegnere idrico travestito da monaco?

Le piogge acide lo stanno sciogliendo. Da allora, il Buddha di Leshan – dal nome della vicina città – ha attraversato indenne le guerre tra i regni cinesi e le peggiori catastrofi naturali. Nulla ha mai turbato la sua serena espressione. Oggi, quell’espressione sta sparendo.Nel 1996 questo sito archeologico – solo di recente tornato a essere meta di pellegrinaggio religioso e di visite turistiche – è stato incluso dall’Unseco nella lista dei beni riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità. Ma proprio in quegli stessi anni iniziava il boom dell’industria mineraria nella provincia dello Sichuan. L’inquinamento atmosferico causato dalle imponenti emissioni degli stabilimenti della regione ha causato il fenomeno della pioggia acida, che ora sta lentamente, ma inesorabilmente, sciogliendo la superficie del Buddha gigante.

La nuvola nera emessa dal Dragone. Si calcola che circa un terzo del territorio cinese sia affetto da piogge acide: solo uno dei tanti drammatici effetti ambientali del selvaggio sviluppo economico cinese. Le malattie respiratorie e cardiache causate dall’inquinamento dell’aria sono la prima causa di decesso in Cina. La nuvola di smog che sovrasta il paese, ben visibile dallo spazio, è causata dalle emissioni inquinanti dei riscaldamenti e del traffico delle nuove grandi megalopoli, ma soprattutto dai fumi delle industrie pesanti e delle centrali elettriche a carbone. Nel giro di pochi anni, la Cina prenderà il posto degli Usa come paese maggiormente responsabile dell’effetto-serra. Tra qualche decennio il mondo dovrà temere dalla Cina l’invasione delle sue nuvole di smog, ben più di quella delle sue merci a basso costo. A meno che Pechino non si convinca a rendere “sostenibile” il suo sviluppo per salvaguardare la vita del suo popolo e dell’intero pianeta.
Tratto da: peacereporter.net
February 28th, 2007

I giornalisti allarmati annunciavano: “caduto il governo Prodi sulla politica estera!” I due senatori di sinistra che avevano votato contro la mozione del governo venivano chiamati nei Tg “senatori ribelli”, come se chi segue la propria coscienza lo fa per una capricciosa ribellione.
La domanda è: come fa un governo ad andare in crisi su una politica che è praticamente uguale in entrambi gli schieramenti?
La politica è ormai diventata una questione di dettagli e pretesti. I due schieramenti si scontrano non per questioni reali, legate a valori o a principi, ma per sgomitare, pestare piedi e sopraffare.
Perché è stata creata questa crisi di governo?
Che il sistema avesse un bisogno urgente di dirottare l’attenzione dei cittadini era cosa ovvia, dopo la manifestazione di Vicenza, da cui è emerso in modo assai chiaro il pensiero degli italiani sulla guerra e sul militarismo. La politica estera era diventata l’argomento scottante, a cui si doveva collegare un colpo di scena o un evento che avesse l’effetto di gettare sabbia negli occhi o di rimettere in sesto le vecchie logiche scardinate dalla manifestazione di Vicenza. Si doveva, cioè, riportare l’attenzione sulla “stabilità di governo” o sul “dovere di sostegno di tutta la coalizione di maggioranza”.
Lo scopo principale della crisi era dunque di creare altri problemi di cui discutere, altre questioni. In effetti, l’attenzione è stata dirottata.
Ma in realtà la questione è rimasta invariata: i nostri governi a chi obbediscono?
La politica estera della maggioranza, esposta da D’Alema il 21 febbraio al Senato, era un intruglio di retorica e di menzogne. Pressoché analoga a quella del centrodestra.
La premessa è che la politica di governo e la volontà del paese, specie sulla questione della base di Vicenza, risultavano due cose contrapposte. La legge sull’ampliamento della base Nato a Vicenza era stata approvata il 31 gennaio, con 152 voti a favore e 146 voti contro (4 astenuti). L’ordine del giorno sull’ampliamento della base militare di Vicenza era stato proposto da Roberto Calderoli, ma anche il documento presentato dalla maggioranza era stato approvato.
Erano rimaste inascoltate le critiche dei senatori Rame, Grassi e Bulgarelli, che facevano notare come si stesse calpestando la promessa fatta ai cittadini di “contenimento della proliferazione degli armamenti, sulle servitù militari e (la decisione) prescinde dalle esigenze espresse dalle popolazioni interessate, la cui mobilitazione è un’affermazione concreta della sovranità popolare… nonché l’esigenza di riconsiderare su un piano di reciproco rispetto il regime giuridico cui sono sottoposti i dipendenti delle basi”.
Massimo D’Alema, in qualità di Ministro degli Esteri, il 21 febbraio, ha presentato la politica estera del Governo al Senato, sapendo di doversi arrampicare sugli specchi per esprimere i valori tradizionali della sinistra e al contempo sostenere una politica di bellicismo. L’impresa non era facile, e la destra aveva già fatto conto di approfittare della difficoltà per farsi spazio, come se la loro politica fosse amata dai cittadini italiani più di quella di D’Alema.
D’Alema ha parlato di una politica “ispirata al rifiuto della guerra ed al perseguimento della soluzione pacifica delle controversie internazionali attraverso un impegno costante ed una presenza attiva e credibile”. Ha sostenuto di aver “operato per scongiurare lo scenario di una guerra di civiltà, per rilanciare i tradizionali rapporti di amicizia con il mondo arabo, per favorire l’avvio di un processo di pace tra israeliani e palestinesi, in particolare assumendo responsabilità di primo piano nella soluzione del conflitto in Libano e negli sforzi per la formazione di un Governo unitario palestinese.”
D’Alema abbraccia completamente il punto di vista americano dello “scontro di civiltà”, e come le autorità Usa ritiene che mandare truppe equivalga a portare la pace.
Il senatore Grassi rivela le menzogne di D’Alema: (sono state prese) “alcune gravi decisioni (l’autorizzazione all’allargamento della base americana a Vicenza, la mancata definizione di una exit strategy dall’Afghanistan e l’incremento della spesa per armamenti) che violano palesemente gli impegni assunti con gli elettori. Si tratta di scelte che non possono certo configurare una politica di pace”.
La proposta di risoluzione della senatrice Finocchiaro, che approvava la politica di D’Alema, è stata respinta con 158 voti a favore (era richiesta una maggioranza di 160 voti), 136 i contrari e 24 astensioni.
Mentre la proposta di risoluzione di Andreotti per la liberazione dei militari israeliani rapiti in Libano e a Gaza, è stata approvata con 315 voti a favore, 1 contrario e un astenuto. Alla Rai, dalle 12,15, c’è stata la trasmissione televisiva in diretta della replica del Ministro e delle dichiazioni di voto.
La risoluzione di Andreotti diceva:
Premesso che: una delegazione di familiari dei militari israeliani Gilad Shalit, rapito lungo la parte israeliana del confine con la Striscia di Gaza il 25 giugno 2006, e Ehud Goldwasser e Eldad Regev, rapiti lungo la parte israeliana del confine con il Libano il 12 luglio 2006, ha svolto una visita in Italia nell’ambito della quale ha tra l’altro incontrato, il 14 e il 15 febbraio 2007, oltre al Santo Padre, anche rappresentanti del Senato della Repubblica, della Camera dei deputati e del Governo; perdura ormai da tempo una situazione di incertezza circa le loro sorti; la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 1701 dell’11 agosto 2006 sollecita la liberazione incondizionata dei soldati israeliani catturati; una proficua azione per la liberazione dei suddetti militari israeliani può essere svolta anche nell’ambito degli organismi parlamentari internazionali ad iniziare dall’Unione interparlamentare, impegna il Governo a svolgere in proposito ogni possibile azione diplomatica, anche nelle sedi multilaterali, per superare questo agghiacciante silenzio e successivamente studiare formule percorribili per restituire i suddetti militari israeliani a libertà.
Si trattava di un fatto utilizzato in modo strumentale o imposto dall’esterno, dato che esistono migliaia di prigionieri innocenti nelle carceri israeliane e americane ma nessun politico italiano ha mai presentato risoluzioni a questo proposito. Il successo della risoluzione sostenuta dalla destra, che i media non spiegavano bene, creava ulteriore confusione.
Creare scompiglio doveva servire anche a far apparire che nel nostro sistema c’è un’opposizione, e che quindi c’è la libertà di decidere in un modo piuttosto che in un altro. Ma non è così.
Quasi tutti i nostri politici sono manovrati per svolgere la politica voluta dall’élite di potere. Tale élite è costituita da un gruppo di persone che conducono una politica di guerra, di dominio dei popoli e di saccheggio delle risorse, e vogliono continuare a fare questa politica senza essere intralciati dall’opinione pubblica italiana o di qualsiasi altro popolo. Per far questo si valgono di tutti i mezzi possibili. Mentre nei paesi del Terzo Mondo utilizzano le guerre e i massacri, nei paesi dell’area ricca utilizzano soprattutto mezzi di tipo manipolatorio dell’attenzione e dell’opinione. La bocciatura della politica estera del governo non è stata causata da una vera opposizione a quella politica, ma da altre logiche.
D’Alema ha recitato la sua parte di “pacifista” che manda truppe che saranno comandate dall’aggressore.
Anche Dini ha detto di appoggiare “gli impegni per la difesa dei diritti umani e per la promozione della democrazia”. E sottolineava che “il sostegno al presidente afghano Karzai assume il significato di una battaglia di civiltà”. Senza dire però che Hamid Karzai è un ex agente della Cia, e che gira protetto da 42 guardie del corpo americane. Egli non è per nulla interessato ai diritti umani della sua gente. Basti pensare che quando, nel maggio del 2005, il New York Times, denunciò la morte di due prigionieri nel carcere afghano di Bagram, avvenuta nel 2002 a seguito di torture, egli minimizzò il fatto e le responsabilità americane. Karzai sa benissimo che l’Afghanistan è diventato un enorme centro di detenzione e di tortura. Tuttavia, egli non si scompone nemmeno davanti a testimonianze agghiaccianti. Ad esempio, quella di John Sifton, che ha trascorso 14 anni in Afghanistan per conto di Human Rights Watch, e racconta di un programma di pianificazione sistematica di prigioni, approvato dall’amministrazione americana:
Malgrado non siamo ancora in grado di fornire al pubblico il numero esatto di detenuti, sequestrati da agenti delle forze speciali del Pentagono e della Cia, in vari paesi dell’Africa e del Medio oriente, circa 1500 detenuti o ghost detainees (prigionieri fantasma) sono finiti nelle carceri afghane di Khost, Hailipu Kohat, Haripu. Vengono sottoposti ad ogni tecnica di tortura immaginabile. Nessuno ha modo di avvicinarsi a queste prigioni, che non hanno identità. Sono semplici cittadini considerati dagli americani sospetti di terrorismo, ma senza prove. Ad Haripur e Kohat, prigioni dalle condizioni di detenzione inumane, abbiamo lo stesso numero di detenuti (540) di Guantanamo. (…) Alcuni già detenuti o cittadini sospettati di terrorismo pur senza implicazioni giudiziarie a loro carico, vengono prelevati e trasportati da aerei commerciali a contratto del Pentagono per questa «nuova industria di sequestro internazionale» dall’Egitto, Canada, Bosnia e Medio oriente alla base aerea militare di Bagram, in Afghanistan. Quest’ultima rappresenta il centro di smistamento e raccolta del carico dei nuovi prigionieri. La Cia ha creato un centro di detenzione speciale a nord di Kabul, in una struttura di mattoni denominata Salt Pit. Sottoposti ad interrogatori e torture peggiori di quelle mostrate nelle foto di Abu Ghraib, i detenuti vengono caricati su camion militari e spostati da un lager all’altro da agenti speciali americani in borghese. (…) Vennero pianificati metodologie e tecniche da applicare durante gli interrogatori nel programma della rendition ovvero l’arte della tortura veniva concordata con paesi terzi consenzienti come Egitto, Marocco, Siria, Diego Garcia, nel Pacifico per non dover un giorno incorrere nel rischio di doverne rispondere giuridicamente. La responsabilità per aver violato ogni norma della convenzione di Ginevra e il trattato contro la tortura, ratificato dal governo americano nel 1994, ricade altresì su Donald Rumsfeld, alla Difesa, e George Tenet della Cia.
In queste carceri i prigionieri spesso vengono torturati fino alla morte.
I nostri politici stanno sostenendo un’élite che semina morte, terrore e distruzione, e cercano di propagandare un’immagine opposta della realtà.
Il 21 febbraio, la destra recitava la parte dell’avversario che faceva sentire le sue ragioni. Ma si trattava di una lotta interna al sistema stesso, e mancavano le ragioni contrapposte. Una falsa lotta per confermare le medesime strategie di potere.
Il senatore Francesco Cossiga votava contro e definiva il pacifismo dei manifestanti di Vicenza un “ingenuo velleitarismo”, mettendo in evidenza, pur non essendo un campione di coerenza, i paradossi del governo:
Voto contro soprattutto, perché la politica estera del Governo Prodi è una politica estera confusa, equivoca, contraddittoria e pasticciona… nel quale le nostre unità militari, contrariamente a quanto lei ha affermato, mi creda, signor Ministro, sono poste almeno, fino ad ora sotto il controllo operativo non nazionale, ma del comando locale della Nato, comando che spetta a rotazione ai Paesi che partecipano alla missione militare, e che spero che il Governo quando spetterà all’Italia, per pudore e decenza, declinerà, come ha già fatto la Spagna zapateriana… Lo ripeto, vedo che lei va affermando erroneamente che i nostri militari in Afghanistan prendono ordini solo e soltanto dai comandanti italiani. Sembra che lei, e me ne duole, abbia dimenticato ormai le nozioni fondamentali sulla catena di comando della Nato, che così ben aveva appreso a Palazzo Chigi, ai tempi dell’intervento unilaterale degli Stati Uniti contro la Repubblica di Jugoslavia, quando lei con grande coraggio schierò l’Italia accanto all’alleato d’oltre Atlantico, e anche autorizzò i duri e spietati bombardamenti aerei contro Belgrado e le fondamentali infrastrutture militari e civili serbe, bombardamenti che dopo trentasette duri giorni piegarono, grande successo della politica democratica del celebrato duo “unilateralista” Clinton-D’Alema, il Governo comunista di Milosevic, e portò all’occupazione del Kosovo, occupazione che ancora oggi dura. E a quei bombardamenti parteciparono, per volontà e decisione del Governo, con decisione e perizia, numerosi aerei dell’Aeronautica militare e della Marina militare, i cui comandanti ed equipaggi ella, con grande dignità, ringraziò per il coraggio e la professionalità da essi dimostrata nella sua, mi creda, dai nostri militari non dimenticata visita alla base di Gioia del Colle. Avrei votato lo stesso contro la politica estera del Governo, ma avrei certo guardato ad essa con maggiore rispetto, se esso sostenesse con coraggio una politica estera e militare totalmente autonoma dall’Alleanza atlantica, come chiede il vostro “popolo”, il “popolo” di Vicenza… chiedendo lo smantellamento delle basi americane e NATO dislocate in Italia, ritirandosi dall’Afghanistan o rimanendo colà, ma dando alle nostre unità militari italiane uno statuto analogo a quello delle organizzazioni non governative con impegni non militari, ma esclusivamente umanitari, schierandosi contro l’intransigenza dell’imperialismo israeliano, chiedendo l’estradizione degli agenti della Cia che hanno catturato in Italia il cittadino egiziano Abu Omar, e evitando di sollevare conflitto di attribuzioni contro la magistratura di Milano a difesa del Sismi e indirettamente della Cia.
Per D’Alema la politica estera del governo era amata dagli italiani: “la politica estera era una delle poche cose che avevano funzionato. Una delle poche cose che piacevano alla gente, come dimostrano anche i sondaggi”. Non si sa a quale sondaggi alluda.
Lo stesso giorno della crisi, egli dichiarava che non si poteva revocare l’autorizzazione all’ampliamento della base Usa di Vicenza perché sarebbe stato “un atto ostile nei confronti degli Stati Uniti di cui non si comprenderebbe il senso e che avrebbe degli effetti controproducenti.” Non vengono precisati questi effetti “controproducenti”, ma si possono immaginare.
I nostri governi sottostanno al più forte, e i due schieramenti mettono su un teatrino manovrato dall’élite economico-finanziaria, che all’occorrenza ci distrae e ci illude in vari modi di essere in una democrazia. Ciò che accade in Parlamento somiglia sempre più ad uno spettacolo surreale, in cui quello che si dice è il contrario della realtà. Nel concreto rimane una classe politica sempre più ossequiosa verso i forti e sempre più priva di legami con la vera realtà del paese.
di Antonella Randazzo
Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).
http://www.senato.it/notizie/8766/131996/131997/133006/133095/gennotizianew.htm
http://www.senato.it/lavori/21415/97272/97273/134907/sintesiseduta.htm
http://www.senato.it/notizie/8766/131996/131997/133006/133095/gennotizianew.htm
http://www.senato.it/lavori/21415/97272/97273/134907/sintesiseduta.htm
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=15&id=253523
Il manifesto, 9 maggio 2005.
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=15&id=253523
Allegato B.
http://murrus.wordpress.com/2007/02/
La Repubblica , 21 febbraio 2007.
Fonte: disinformazione.it
February 28th, 2007

STATI UNITI - In Texas, ormai, una famiglia su 51 si è vista pignorare la casa per impossibilità di pagare il mutuo.
Nel Colorado, il tasso di pignoramenti ha toccato una famiglia ogni 33.
In Ohio, solo fra ottobre e dicembre 2006, sono state pignorate il 3,3 % delle abitazioni.
La ricca California non sta meglio.
Come prevedibile, il grande crack americano sta cominciando dalle famiglie, indebitate ed insolventi, e ricade immediatamente sul settore immobiliare.
Nel 2006, dopo un aumento del tasso di insolvenza sui mutui del 46 %, si calcola che ormai una famiglia su 92 ha perso l’abitazione, sequestrata dai creditori.
Un milione e mezzo di sequestri, significa da 4 a 5 milioni di americani rimasti senza casa, contando 3-4 persone a famiglia.
Un impressionante fenomeno di massa.
Solo in gennaio le nuove costruzioni sono cadute del 14,3 %, e i prezzi sono crollati in metà degli Stati; nonostante questo, le case in offerta sono salite del 34 %, il doppio della media.
E’ l’esito finale della strategia, risalente ad Alan Greenspan, di drogare l’economia iniettando liquidità attraverso bassissimi tassi d’interesse, e la conseguente corsa del credito ad indebitare debitori poco solvibili, incitandoli a comprare case che non si potevano permettere offrendo mutui a tasso variabile.
Hanno prestato fino al 100 % del valore a gente («Sub-prime debtor») che ha semplicemente dichiarato di guadagnare tot, senza doverne nemmeno dare prova.
Li chiamano prestiti NINA (no income verification, no asstes), ossia niente verifica del reddito, niente garanzia solida.
Ora milioni di americani, magari con lavoro precario, e che si sono mantenuti consumatori insaziabili pignorando la casa, devono pagare mutui il cui valore supera quello dell’immobile comprato, e parecchio.
L’ ondata di fallimenti personali dolorosissimi si rifletterà immediatamente sulle banche.
Queste hanno concesso negli ultimi sei anni mutui e prestiti dubbi per 4,3 mila miliardi, ed ora hanno in cassa riserve per… 44 miliardi. (1)

Ben Bernanke, il capo della FED, sta ripetendo che l’economia è rosea: ma ciò viene letto come un messaggio alle banche di non tagliare i fondi ai «subprime lender», a chi ha fatto credito a debitori dubbi, e agli hedge funds.
Perché poi toccherà a Wall Street: la Borsa suole seguire il crollo dell’immobiliare con un ritardo di sei mesi.
Il tutto sarà amplificato dall’amplissimo uso di derivati a forte leva che sono proliferati sul settore del credito immobiliare, come i Credit Default Swaps, presunte «assicurazioni» contro i fallimenti.
Il deficit dei conti correnti (che include il deficit commerciale), che corre al livello di 800 miliardi di dollari l’anno, richiede che gli USA possano attrarre capitali esteri (vendendo Buoni del Tesoro o obbligazioni) al ritmo di 70 miliardi di dollari al mese.
Venerdì 16 febbraio è stato ufficialmente annunciato che lungi dal verificarsi questo afflusso di capitali, s’è registrato un «deflusso» di 11 miliardi di dollari fuggiti all’estero.
A dicembre 2006 era stato quasi lo stesso: non solo l’acquisto di titoli del debito americano s’è fermato a dicembre, ma i ricchi del Paese avevano aumentato l’acquisto di titoli e obbligazioni estere di 9 miliardi di dollari.
Fuga di capitali da panico.
L’oro è schizzato a quasi 700 dollari l’oncia, il massimo da nove mesi.
Ciò induce una potente spinta al ribasso del dollaro, e prelude ad un rincaro drammatico dell’euro.
Ciò non è ancora avvenuto perché Cina e Giappone (che detengono insieme 1,7 mila miliardi di dollari in valuta, azioni e titoli USA) non possono permettersi di vedere sparire questa loro montagna di ricchezza cartacea, e dunque sostengono disperatamente la moneta USA.
Ma questa obbligata generosità sta già mostrando i limiti, appunto col blocco degli acquisti di titoli di debito a dicembre e gennaio.
Ormai, la FED ha solo una strada davanti: per attrarre denaro straniero, deve drammaticamente rincarare i tassi sui suoi Buoni del Tesoro a compensare lo scivolamento del dollaro.
Ma naturalmente, un rincaro dei tassi avrà un effetto ulteriormente devastante sui mutui «a tasso variabile».
Altri milioni di americani, forse dieci o forse più, saranno strangolati dai ratei, mentre ridurrà il PIL a numeri passivi.
In altre parole, gli americani stanno per essere stritolati, come fra due ruote di molino, tra due crisi correlate ma distinte: una crisi monetaria e una crisi economica, ossia tra una iper-inflazione e una recessione.
Come nella grande crisi del ‘29, questa è aggravata - e in essenza provocata - dall’aumento dell’iniquità sociale, in altre parole dalla scarsa retribuzione del lavoro (che ha guadagnato in produttività non compensata) rispetto alla scandalosa retribuzione del capitale.
Dal 1920 al 1929, il capitale spendibile pro capite crebbe del 9 %; ma l’1 % della popolazione più ricca ebbe un aumento del 75 % pro capite.
Tra il ‘23 e il ‘29, il prodotto industriale per lavoratore crebbe del 32 %, ma i salari solo dell’8 %.
Questa iniquità è la causa radicale delle bolle speculative e delle follie finanziarie dei super-ricchi cui abbiamo assistito, come dell’aumento delle spese a credito per i meno fortunati.
Allora seguì un decennio di depressione globale.
Il sito francese «Europe 2020» prevede il convergere di numerose crisi concomitanti capaci di produrre la crisi sistemica mondiale per aprile.
In particolare:
- Un rialzo ulteriore e spettacolare dei sequestri di case: 10 milioni di americani sul marciapiede.
- Accelerazione del ritmo delle bancarotte di società finanziarie in USA: attualmente sono in media una al mese, in aprile potrebbero essere una al giorno.
- Calo dei prezzi immobiliari del 25 % in USA.
- «Rovesciamento» del carry-trade (il carry trade è il trucco per cui gli speculatori globali prendono in prestito yen al tasso dello 0,25 % e li investono in Paesi, come Lettonia, Nuova Zelanda e Ungheria, dove rendono l’11 %).
- Crollo brutale del dollaro rispetto all’euro, allo yen e allo yuan. Caduta della sterlina.
- Vendite cinesi di dollari USA.
- Possibile guerra commerciale tra USA e Cina. (2)
In realtà, il segretario del Tesoro Hank Paulson (ex Goldman Sachs) ha appena stabilito una linea di comunicazione «calda» con le autorità monetarie di Pechino per rispondere in modo immediato e concertato a improvvisi mutamenti del mercato e crolli del dollaro, ed ha concordato di nuovo il «Plunge Protection Team», il segretissimo concilio di capi finanziari pubblici e privati che deve inventare qualche nuovo trucco per proteggere dal «tuffo» temuto (plunge) l’economia globale, manipolando le azioni attraverso la leva dei derivati.
Vedremo cosa sapranno inventare questa volta.
Maurizio Blondet
Note
1) Mike Whitney, «
The second grand depression», Counterpunch, 21 febbraio 2007.
2) «
Crise sistèmique globale, avril 2007», Europe 2020, 15 febbraio 2007.Fonte: effedieffe.com
February 24th, 2007

Gli Emirati Arabi Uniti scommettono su fonti d’energia pulita e rinnovabile
“Noi non volgiamo e non possiamo essere al 100 percento dipendenti dal petrolio. Abbiamo un programma di sviluppo economico destinato a un nuovo settore: quello delle fonti di energia rinnovabili ed ecologicamente sostenibili”.
Un bagno di sole. A parlare è Sultan al-Jaber, responsabile esecutivo dell’Abu Dhabi Future Energy Company, ente statale degli Emirati Arabi Uniti che ha lanciato nei giorni scorsi un rivoluzionario piano di sviluppo per produrre energia pulita nel ricco Paese del Golfo Persico. Il progetto, che dovrebbe essere completato nel 2009 e che costerà alle casse dello Stato poco più di 350 milioni di dollari, prevede la costruzione e la posa di una moltitudine di pannelli solari che formeranno una centrale capace di generare 500 megawatt di energia pulita. E l’iniziativa diventa ancora più significativa proprio perché proviene da uno di quegli stati che ha costruito la propria fortuna sull’oro nero. Secondo al-Jaber, in un’intervista rilasciata al al-Jazeera, saranno circa 10mila le abitazioni che usufruiranno dell’energia solare. Inoltre, la centrale dovrebbe essere il fulcro di un futuro polo dell’energia pulita e rinnovabile.

Cambio di rotta. L’iniziativa parte da Abu Dhabi, l’emirato più ricco di petrolio dei 7 che compongono la federazione degli Emirati Arabi Uniti, in quanto possiede il 90 percento delle risorse petrolifere dell’intero Paese. Questo elemento è importante per cogliere il senso di una politica più vasta che oltrepassa la mera istallazione dei pannelli solari. Il petrolio, che per anni ha rappresentato l’alimento stesso del mercato economico mondiale, non è eterno e in tanti si stanno muovendo per attrezzarsi con nuove fonti di energia, rinnovabili e pulite. Mentre in Iraq e altrove si muore a causa di quella lotta planetaria per il controllo e lo sfruttamento delle risorse energetiche, dagli Emirati arriva un segnale in controtendenza, che fa sperare in un mutamento di rotta radicale nelle scelte di politica economica delle grandi monarchie del petrolio nel Golfo Persico.
Fonte: red. peacereporter.net
February 24th, 2007
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